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lunedì 1 febbraio 2010

Intimní osvětlení #4 - l'amicizia

Concludo questa fotopresentazione di Intimní osvětlení con un altro dei tanti temi presenti nel film, quello dell'amicizia.


L'amicizia rappresentata nel film è quella tra i due musicisti Bambas e Petr, il primo diventato preside della scuola di musica nella cittadina di provincia di cui entrambi sono originari, l'altro trasferitosi nella capitale per realizzare più compiutamente la sua carriera artistica.
 
Un'amicizia molto semplice e quindi autentica, alimentata dalla comune passione per la musica grazie alla quale possono ancora sognare di cambiare la loro vita con progetti, in realtà utopici, di un futuro in cui i due si immaginano a suonare assieme in giro per il paese.

 
Il rapporto tra Bambas e Petr è una delle cose che più rimane impressa del film, sia perché ne è il fulcro narrativo, ma soprattutto perché è il racconto emozionante e oggettivo (emozionante in quanto oggettivo) di quello che è uno dei sentimenti umani più puri e genuini e che giustamente detiene un posto predominante nella narrazione della poetica del quotidiano di Intimní osvětlení.

venerdì 29 gennaio 2010

Intimní osvětlení #3 - le bevute

Tutti sanno che i Cechi sono ottimi produttori di birra e ottimi bevitori! È quindi inevitabile che quel meraviglioso affresco del quotidiano che è Intimní osvětlení contenga diverse scene nelle quali i personaggi del film si trovano con un bicchiere in mano.
 
L'occasione può essere quella di onorare la scomparsa di un compaesano...

...oppure quella di prendersi una bella sbronza col caro amico di sempre...

  

...ma ci sono anche alcune bevute che pur essendo fatte in bella compagnia non risultano molto soddisfacenti.

sabato 23 gennaio 2010

Intimní osvětlení #2 - la musica

Uno dei temi portanti di Intimní osvětlení è la musica, che percorre il film dalla prima scena all'ultima.
L'inserimento della musica in questo film è straordinario perché non si tratta della tradizionale colonna sonora sovraimposta alle immagini, o almeno non lo è sempre. In molte scene, le più belle e significative, vediamo la musica suonata dagli stessi attori.
 
La scelta di Ivan Passer (scelta comune ad altri suoi compagni della Nova Vlna, Milos Forman prima di tutti) è infatti stata quella di impiegare esclusivamente attori non professionisti.
L'uso di musicisti come attori ha permesso di concretizzare in modo esemplare l'idea radicale di Passer che la musica di un film debba essere interna al film, ovvero prodotta dagli attori durante la messa in scena, invece che aggiunta artificialmente in fase di montaggio.

Intimní osvětlení #1 - Stepa

Ovvero ILLUMINAZIONE INTIMA di Ivan Passer, Cecoslovacchia, 1966.
Mentre sto traducendone i sottotitoli per il cineclub, mi delizio a salvare alcuni screenshot.
In queste tre foto è la sublime Vera Formanova.
Dal cognome i più avveduti potranno intuire una sua parentela illustre.
Ma siamo comunque in quelle situazioni in cui la fotografia non rende pienamente omaggio alla bellezza di questa donna; vedere nel film le sue espressioni in movimento è ben altra cosa.

domenica 9 novembre 2008

OR (Keren Yedaya, 2004)

Or non sta in questo caso a significare oro, ma è il nome della diciottenne protagonista di questo film israeliano, vincitore al festival di Cannes 2004 della Caméra d'Or (qui invece sì che Or vuole dire oro!) per il miglior film di regista esordiente.
Nel 2004 il cinema israeliano non si era ancora imposto all'attenzione internazionale, perciò Or può essere considerato come un apripista di film successivi quali Meduse, La banda e Waltz with Bashir, grazie ai quali oggi Israele è una nazione di punta dal punto di vista cinematografico. Con i primi due almeno di questi film (anche perché Waltz with Bashir non l'ho ancora visto), Or condivide la forte immersione della sua trama nella realtà sociale israeliana, ma si differenzia per la sua intensa drammaticità, ottimamente sostenuta dalla essenzialità delle ambientazioni e dei dialoghi estremamente realistici, in cui sono del tutto assenti inutili giri di parole.
Un film come Or probabilmente può piacere molto a David Cronenberg, anche se apparentemente si situa a miglia di distanza dalle sue opere: ma in realtà, così come in A history of violence, in Or è presente la rappresentazione della sconfitta dell'adattamento sociale e culturale ad opera di una sorta di fattore genetico, ereditato per via familiare. Se in A history of violence si tratta della riscoperta dell'anima nera di assassino nel padre e che esce dallo stato di latenza nel figlio, in Or la omonima protagonista abbandona tutti i suoi sforzi di redenzione sociale e assume la decisione cosciente dior intraprendere lo stesso disperato destino della madre. Bisogna poi segnalare il fatto che Or è un film interamente al femminile, non solo perché ha due ottime e coraggiose attrici protagoniste, ma anche per la regista e sceneggiatrice Keren Yedaya; francamente non è molto usuale vedere film così tosti realizzati da donne... almeno per noi italiani che abbiamo L'uomo che ama o Bianco e nero...
Sicuramente, Or è uno di quei film che rimarrà per un po' nella testa di chi l'ha visto.

domenica 28 settembre 2008

L'EMMERDEUR (Édouard Molinaro, 1973)

Tra le tante cose belle che ricordo degli anni '70 ci sono certamente anche le commedie francesi, perfino quegli sciagurati de I Cinque Matti (Les Charlots) mi tornano in mente con affetto. Tra le vette più alte del genere e del periodo c'è sicuramente L'emmerdeur, che voglio qui ricordare per la sua evidente connessione con Jacques Brel.
L'emmerdeur è stato l'ultimo film interpretato da Jacques Brel nella sua purtroppo breve carriera cinematografica (se escludiamo la sua apparizione per cantare Ne me quitte pas nel film-musical Jacques Brel is alive and well and living in Paris del 1976, in cui peraltro la sua aura è straordinariamente presente); carriera costituita da una dozzina di film - di cui 2 da lui diretti - alcuni dei quali trascurabili, altri invece assolutamente degni di nota anche grazie all'interpretazione di Brel. Che, come si poteva immaginare conoscendo il suo stile di cantante, si trovava perfettamente a suo agio nelle commedie e nei film di azione/avventura, generi nei quali poteva scatenare tutta la sua mobilità espressiva e corporea; non è un caso che infatti abbia interpretato ruoli decisamente anarchici in film come La bande à Bonnot e Mon oncle Benjamin. Inoltre non va dimenticato che Brel poteva disporre di uno strumento recitativo come la sua voce, con tutta la sua gamma di intonazioni e sfumature, decisamente hors-catégorie per gran parte dei comuni attori di cinema. Ne L'emmerdeur, Brel è il rompiballe che dà il titolo al film, e rende la vita gramissima al sicario Lino Ventura/M.Milan, che sarà impedito a compiere la sua missione a causa dell'incontenibile invasività di Brel/Pignon, suo vicino di stanza d'albergo in preda a crisi suicida-depressiva causata dall'infedeltà della moglie.
Anche se oggi in Italia questo film è piuttosto dimenticato (non esiste ancora la versione in dvd, pur essendo una coproduzione Francia/Italia), bisogna riconoscere che è diventato una sorta di standard; sia perché è il primo episodio della cosiddetta "saga" di Pignon, il personaggio in apparenza ingenuo creato da Francis Veber (sceneggiatore di L'emmerdeur) che poi ritroveremo in Il vizietto, La cena dei cretini e L'apparenza inganna, sia perché è un mirabile esempio di commedia "a valanga", in cui gli avvenimenti precipitano in modo sempre più frenetico via via che la storia avanza, coinvolgendo sempre nuovi personaggi e ciò nonostante mantenendo un ritmo e una struttura perfettamente controllati. E che il film fosse da prendere ad esempio di commedia ben riuscita, lo dimostra anche il fatto che niente meno che Billy Wilder ne ha fatto il remake hollywoodiano (Buddy Buddy, quello che resterà il suo ultimo film), con Jack Lemmon e Walter Matthau nei ruoli rispettivamente di Jacques Brel e Lino Ventura.
A giovare al film c'è sicuramente la grande intesa tra gli attori e tra di essi e il regista. Del resto, Molinaro aveva diretto Ventura già nel 1959 nel bel noir Un témoin dans la ville e Brel nel già citato Mon oncle Benjamin; Ventura e Brel si erano conosciuti un anno prima, sul set di L'aventure c'est l'aventure, e da allora erano diventati grandi amici anche nella vita. Due amici di cui oggi si sente tantissimo la mancanza.

sabato 26 luglio 2008

REPRISE (Joachim Trier, 2006)

Quando è finito Reprise sul mio lettore dvd, la prima cosa che ho pensato è stata: ma perché in Italia non ne facciamo di film così? Indipendentemente dalla sua riuscita - Reprise è un film buonissimo ma certo non epocale - ci sono tipologie di film che in Italia proprio non vengono forse neanche prese in considerazione. Il cinema italiano è in un buon momento di salute già da diversi anni, ma fondamentalmente sono sempre due i film che vengono fatti: le commedie di costume e i film drammatici (intimisti, psicologici o sociologici), comunque sempre o quasi sempre opere legate strettamente alla realtà sociale e politica del paese. (Naturalmente ci sono anche i cinepanettoni e le estati al mare, che drammaticamente sono pure essi strettamente legati alla realtà culturale e sociale del nostro paese).
Fare film che parlano dei problemi del nostro tempo è un'ottima cosa, probabilmente la migliore che si possa fare nel cinema, ma non credo che si possa prescindere dall'offrire film di pura finzione, che siano collocabili nel nostro tempo e nel nostro luogo così come in altri tempi e altri luoghi. Questa limitatezza di orizzonte è tra l'altro il motivo principale per cui i film italiani sono poco esportabili, e non è un caso che il nostro più grande successo all'estero degli ultimi 40 anni sia stato un film tipicamente universale come La vita è bella. La mancanza di film che facciano semplicemente viaggiare la mente, senza necessariamente ancorarla ai nostri problemi quotidiani, deriva secondo me dal nostro carattere, dal nostro vivere alla giornata, e tutto questo si è senz'altro acuito in questi ultimi anni in cui ci siamo ancora più introflessi, in cui gli slanci di ottimismo e di speranza nel futuro sono scomparsi.
Tutta questa pappardella mi serve per spiegare che io penso che per realizzare - e per vendere e infine vedere - un film come Reprise sia necessario avere grande libertà espressiva, grande apertura mentale, conoscenza diretta e genuina del mondo giovanile e non da ultimo una grande fiducia nel pubblico che può andare a vedere il film. Reprise racconta la storia di due giovani amici che hanno l'ambizione di diventare scrittori, e in modi e tempi diversi entrambi riusciranno ad avere il loro successo. Scrittori seri però, mica come quelli che parlano di lucchetti attorno ai lampioni dei ponti. Ora, pensare di proporre al pubblico giovanile italiano come modelli due ventitreenni che dedicano i loro maggiori sforzi alla scrittura di un romanzo, è pura follia; proporre al pubblico ultra50enne italiano un film frammentato, ipercinetico, calato interamente nella vita dei ventenni di Oslo (che però potrebbero essere di tante altre città, forse non italiane), è un'altra bella sfida. In Norvegia evidentemente le condizioni per fare film così ci sono, beati loro. Lo si capisce anche da questa intervista al regista Joachim Trier. Il quale, tra parentesi, ha i genitori entrambi professionisti del cinema, è lontano cugino del più famoso Lars Von e da ragazzino è stato campione norvegese di skateboard.
Come dicevo all'inizio, Reprise non è da considerarsi un capolavoro, in quanto a volte riproduce certi stereotipi del cinema "letterario" (che parla di scrittori) e alcuni passaggi narrativi sono un po' caotici, ma come pregi ha innanzitutto sui titoli di testa una scena potentissima con lo sfondo musicale di New dawn fades dei Joy Division, scena che dà una grande carica e una ottima disposizione d'animo alla visione del film, dopo di che si arriva fino al finale attraverso una strutturazione narrativa che spesso ricalca l'accavallarsi dei ricordi e dei pensieri dei due protagonisti, con una messa in scena quindi molto "lavorata" e decisamente appagante per lo spettatore ed una storia interessante e senza cali di tensione.
In conclusione, io sono molto contento di Gomorra, ma sogno un Reprise italiano...

giovedì 10 luglio 2008

EL VIOLIN (Francisco Vargas, 2006)

Il Messico si sta affermando sulla scena cinematografica internazionale già da qualche anno. Ad aprire la strada ci hanno pensato Alejandro Gonzalez Iñarritu col grande Amores perros (prima di prendere una deriva glamour con i suoi film successivi) e anche Y tu mamá tambien di Alfonso Cuaron. Ma entrambi questi film sono in tutto e per tutto, dal punto di vista estetico e narrativo, film occidentali, mi verrebbe da dire che sono film USA con una robusta speziatura di chili.
Invece El violin ci porta in un mondo diverso, in un Messico distante anni luce dall'iconografia solita delle spiagge di Acapulco, dei cactus, dei mariachi e delle passioni calienti.
Prima di tutto per la scelta in apparenza paradossale di girare in bianco e nero... ma come, un film ambientato in Messico, un paese così colorato, viene fatto in bianco e nero? Poi le location sono anch'esse atipiche, un Messico aspro fatto di strette vallate rinserrate tra alte montagne che ricordano molti paesaggi mediterranei. E infine, ma anche questo è un elemento di grande importanza, gli attori, che sono dei veri messicani meticci o indios, molti dei quali anche non professionisti, l'esatto opposto dei sex symbol latini come Gael Garcia Bernal.
Tutti questi ingredienti sono perfettamente funzionali a comporre un'opera di grande impatto emotivo (soprattutto nei primissimi minuti, in cui assistiamo a scene di tortura strategicamente collocate all'inizio per farci immergere immediatamente nella storia), che ci racconta una storia di guerriglia antigovernativa e di repressione militare ai danni dei villaggi di montagna e delle famiglie che vi abitano. Non è chiaro se il riferimento è alla guerriglia zapatista o a fatti più lontani nel tempo, in quanto non ci sono elementi che permettano una contestualizzazione sicura, ma tutto questo non è assolutamente un difetto perché non si tratta di un film di guerra, ma di un film sui rapporti umani.
Il violino del titolo è lo strumento suonato da Plutarco, un vecchio abitante del villaggio distrutto dall'esercito che collabora con la guerriglia. Grazie anche al violino, Plutarco riesce a ottenere la simpatia del capitano dell'esercito, in un gioco di reciproche sfide e inganni reso splendidamente, con pochi dialoghi e grande senso della narrazione cinematografica. Il senso di latente pessimismo che serpeggia durante tutto lo scorrere del film trova un esito coerente nel finale, in cui il presente sconfitto affida le sue speranze alle future generazioni: forse anche una metafora di resistenza con cui il regista vuole rappresentare la condizione dei paesi in via di sviluppo.
Un'ultima nota se la merita Don Angel Tavira, l'attore che ha interpretato Plutarco. Don Angel è purtroppo morto da pochi giorni, lo scorso 30 giugno, dopo una vita passata a fare il violinista, pur con la mano destra amputata da quando era ragazzino; El violin è stato l'unico film in cui (a 81 anni) ha recitato, e con la sua straordinaria interpretazione Don Angel ha vinto il premio come miglior attore al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard. Un altro motivo per vedere questo ottimo film.

giovedì 19 giugno 2008

NO END IN SIGHT (Charles Ferguson, 2007)


Lo so che quello della guerra in Iraq è un argomento che ormai ha stancato tutti, ora poi che da un po' di tempo non ci sono uccisioni di militari italiani se ne parla solo per dovere di cronaca. Al cinema poi, quei film che trattano dell'Iraq hanno avuto ben poco successo: l'unico forse è In the valley of Elah, che comunque ha fatto molto meno di Crash (il film precedente del regista Paul Haggis), e non tanto in assoluto considerato il cast stellare.
Tra i documentari, mi è capitato di vederne uno decisamente brutto (Iraq in fragments) e devo ancora vedere Occupation Dreamland, mentre Redacted di Brian DePalma, pur celebrato in tanti festival, ha avuto negli USA una uscita molto limitata, e in Italia è andato direttamente sul mercato home. Anche il documentario italiano su Fallujah, Angeli distratti, è stato un fiasco totale al botteghino.
Ma No end in sight è un film che merita assolutamente di essere visto. Il suo merito è che si tratta dell'opera di un regista serio, che pospone la spettacolarizzazione delle immagini alla ricerca della verità, mediante interviste ai protagonisti dell'amministrazione USA (e anche con i silenzi di chi non ha voluto farsi intervistare) e con poche, ben scelte, immagini del teatro della guerra.
Il regista Charles Ferguson ha una biografia di tutto rispetto: laureato in Scienze politiche internazionali, è stato consulente di companies come Apple e Xerox, poi è stato uno dei due fondatori della software-house che ha creato FrontPage; una volta venduto FrontPage alla Microsoft, Ferguson è tornato ai suoi studi e ha intrapreso nuove attività come appunto la realizzazione di documentari.
No end in sight è stato candidato all'Oscar 2008 per il miglior documentario e vincitore del Premio Speciale della Giuria al Sundance; la motivazione della Giuria del Sundance spiega perfettamente le qualità del film: In recognition of the film as timely work that clearly illuminates the misguided policy decisions that have led to the catastrophic quagmire of the U.S. invasion and occupation of Iraq.
Quello che vediamo infatti non sono le immagini di dolore straziante che tanto piacciono ai telegiornali, ma invece la ricostruzione delle strategie di conduzione della guerra da parte del governo USA. Strategie del tutto balorde, formulate da personaggi incompetenti come Rumsfeld e Bremer, che non hanno mai diretto corpi militari e non conoscono nulla di politica internazionale e ancora meno della storia e della società arabe. Incompetenti e arroganti nel modo in cui esercitano il potere, essendo l'arroganza l'unica modalità di leadership concessa a chi non possiede conoscenza ed esperienza.
Vengono i brividi a pensare che queste persone hanno in mano le sorti del mondo intero e costituiscono un modello per altri capi di governo dotati della medesima bassa statura, fisica e politica.

mercoledì 2 aprile 2008

ANG PAGDADALAGA NI MAXIMO OLIVEROS (Auraeus Solito, 2005)

Maximo Oliveros, detto Maxi, è un ragazzino che vive in uno slum di Manila con il padre e due fratelli. Per la morte prematura della madre, ed essendo il più piccolo dei fratelli, Maxi si occupa di tutte le faccende di casa, è in pratica la donna della famiglia, e probabilmente proprio per questo è molto effeminato.
Il caso vuole che Maxi si innamori di Victor, un poliziotto da poco giunto a Manila, che sta indagando sugli affari illeciti che si svolgono nel quartiere dove vive Maxi e che hanno come protagonisti tutti e tre i suoi familiari. Gli avvenimenti tragici che ne seguiranno porteranno Maxi ad una grande crescita, alla sua vera fioritura come nuova persona.

È il primo film filippino che mi capita di vedere, e devo dire che si è trattato di una esperienza estremamente positiva, a tratti addirittura eccitante. Peccato solo per averlo dovuto vedere in divx sul televisore di casa, la visione cinematografica sarebbe stata pienamente coinvolgente.
Due sono le cose che mi hanno colpito: innanzitutto la delicatezza con cui è tratteggiato il personaggio di Maxi, che poteva facilmente scadere nello stereotipo del meninho da rua o del giovane prostituto e invece, grazie anche alla bellissima interpretazione del giovane Nathan Lopez, è un personaggio vivo, autentico e per il quale si prova un sincero affetto. Anche l'evoluzione di Maxi avviene senza colpi di scena, sono passaggi molto graduali contraddistinti dal progressivo cambiamento nell'abbigliamento di Maxi: dalle iniziali canottierine da bambina (e travestimenti da Miss Filippine) a più normali t-shirt per finire con la camicetta da bravo ragazzo che Maxi vestirà per il suo primo lavoro.
Il secondo aspetto veramente degno di nota è l'ambientazione realistica, a tratti quasi documentaristica, nei quartieri popolari. Il regista Auraeus Solito ci immerge letteralmente in questi ambienti, andando a insinuare la mdp fino negli angoli più nascosti, riprendendo anche da posizioni insolite pur di essere presente in ogni anfratto di quel formicaio umano. A rendere ancora più viva questa descrizione è la colonna sonora, costituita da un tappeto sonoro ininterrotto di rombi di motorini, schiamazzi di bambini, clacson di automobili. Le musiche originali sono poi straordinarie: brani strumentali di piano o chitarra acustica, entrambi volutamente distorti e non accordati, creano un forte effetto di esotismo ma per nulla di maniera.
In una parola, una vera rivelazione, un film assolutamente da vedere e che non a caso ha fatto razzia di premi in tutto il mondo (anche a Berlino, Rotterdam e al Gay & Lesbian film festival di Torino).

giovedì 28 febbraio 2008

Dead man's shoes


Siamo in periodo di serial killer, con l'Oscar assegnato all'implacabile Javier Bardem di No country for old men, e allora vado a ripescare questo notevole film del 2004 di Shane Meadows, in cui l'implacabile uccisore è un apparentemente miscasted Paddy Considine, tra l'altro coautore della sceneggiatura.
Meadows solitamente ambienta i suoi film nelle Midlands dell'Inghilterra, e questo mi porta ad associare le sue ambientazioni con quelle dei romanzi di David Peace (anche se costui si situa nello Yorkshire, quindi più a nord), per via dell'ambiente più provinciale e più arcaicamente violento, in cui la modernità irrompe con effetti devastanti. Il sapore di questo film comunque assomiglia davvero molto a quello di 1977 o 1980, nero nero ma con squarci imprevedibili di umorismo.
Shane Meadows ha tante qualità che ne fanno un regista veramente ottimo, soprattutto per la sua ancora giovane età (è del 1973, e ha già fatto un buon numero di film). Intanto sa girare da dio, poi intreccia con sapienza immagini realizzate in formati diversi, il che gli permette di catturarci con quella che è una costante dei suoi film: il ricordo, la memoria e la malinconia degli anni in cui lui era giovane (tema portante del suo ultimo bellissimo e ovviamente non distribuito in Italy This is England). Il tutto occupandosi di generi diversi e con un'adesione talmente empatica ai suoi protagonisti, tutti rigorosamente popolari quando non proletari, che fa parlare di lui come del nuovo Mike Leigh. Io ci spero che sarà così, di sicuro il buon Shane ha tutte le carte in regola per diventare anche meglio di Mike Leigh. E spero che finalmente qualcuno se ne accorga anche in Italia, anche se so già che quando questo capiterà i suoi film verranno lanciati come i nuovi Trainspotting.

sabato 15 dicembre 2007

Den brysomme mannen (The bothersome man)


Avevo conosciuto Jens Lien per Natural glasses, un brevissimo folgorante cortometraggio del 2001 in cui già dimostrava di volersi cimentare con il rapporto tra reale e immaginario, o tra mondo dei sogni e l'inesorabile realtà.
Den brysomme mannen è il secondo lungometraggio di Lien, ed è reduce da vari premi ricevuti in Norvegia oltre che dalla partecipazione alla Semaine de la critique del Festival di Cannes 2006. A me ha ricordato molto Fuori orario di Scorsese, per la sua continua invenzione di situazioni via via surreali, grottesche, inquietanti e anche decisamente paurose.
Essendo sospeso sul bilico dell'immaginazione, non è facile definire (se c'è) un senso compiuto a questo film, anche se si fa strada l'ipotesi della critica alla società caritatevole - tipicamente scandinava - che, cercando di prendersi cura dell'individuo in tutti i momenti della sua vita, ne castrerebbe ogni tentativo di slancio anarchico o anche semplicemente fantasioso. Questo può essere dedotto pure dal titolo, che tradotto (almeno quello inglese..) significa "l'uomo fastidioso".
Tant'è, forse non vale neanche la pena di cercare a tutti i costi un senso razionale nel film, perché la nostra fantasia e attenzione vengono stimolate in modo eccellente da tutte le sue inversioni di marcia, così come dalle magnifiche locations norvegesi ed islandesi, dall'uso diegetico del sonoro e da una regia precisa e perfettamente funzionale al racconto.
Insomma, l'ennesima occasione sprecata dai nostri pusillanimi distributori.

p.s. in Romania, paese che noi italiani ultimamente consideriamo abitato da individui subumani, il film è uscito!

lunedì 3 dicembre 2007

PARANOYD


Arriva a Bologna l'8 e il 9 dicembre PARANOYD, un film indipendente prodotto e diretto in un solo giorno da Giuseppe Amodio e M.Debora Farina. Il film sembra essere una vera chicca per gli amanti del cinema di genere, tanto che si è conquistato vari elogi in giro per il mondo e un ottimo riscontro di pubblico al cinema Detour di Roma, dove è stato in programmazione per una settimana.
Non mi dilungo oltre sul film, dato che c'è il sito che contiene tutte le informazioni d'uopo.
Le proiezioni sono organizzate dal Cineclub Fratelli Marx - di cui faccio parte - e si tengono alla Sala Centofiori, in Via Gorki 16 a Corticella. Attenzione perché l'ingresso della sala è più facilmente raggiungibile dalla rotonda in fondo a Via Byron, dove c'è anche il capolinea dell'autobus n.27.
Orario delle proiezioni: 18.30 e 21.30.
L'ingresso è riservato ai soci del Cineclub e costa soli 3 euro. La tessera associativa, volta a sostenere le attività del Cineclub, costa 5 euro, e a chi la sottoscriverà in quest'occasione verrà totalmente scontato il biglietto di ingresso.

mercoledì 14 novembre 2007

Český sen


Český sen (Sogno céco) è il nome di un nuovo ipermercato che sta per sorgere alla periferia di Praga, un sogno di felicità e di consumismo al posto di un campo incolto, una promessa di ricchezza che va a riempire un terreno vuoto e inutile. La pubblicità è martellante e accattivante, i prezzi sono competitivi, i manager sono giovani e intraprendenti. C'è da fidarsi, è l'Occidente che si afferma, la modernità che finalmente arriva in questo paese che per così tanto tempo ne è stato privato. Centinaia di persone accorrono per l'inaugurazione, in una bella domenica di primavera.
Peccato che tutto questo è realmente un sogno, o forse una burla nella miglior tradizione umoristica praghese, o forse un eccezionale esperimento di psicologia sociale posto in essere da due laureandi della FAMU, la celebre scuola di cinema di Praga. Le persone che con una velocità e una fame di gloria degne del miglior Pietro Mennea divorano di corsa lo spazio che le separa dall'ipermercato scopriranno che non si tratta altro che di un telone attaccato ad un'impalcatura.
Noi spettatori del film questo lo sappiamo fin dall'inizio, perché accompagniamo i due impavidi autori nella messinscena del sogno, ma fino alla fine rimaniamo increduli di fronte alla facilità con cui le persone possono essere buggerate dalle promesse del capitalismo. E arriviamo a pensare pure a tutte le volte in cui anche noi siamo già stati in ugual modo buggerati.

lunedì 12 novembre 2007

Tony Takitani

Questo è uno dei gioielli della bellissima edizione 2004 del Festival di Locarno. Il film era nella selezione ufficiale, non ricevette il Pardo d'Oro ma ci andò molto vicino, vincendo il Premio Speciale della Giuria.
Credo che sia uno dei film più raffinati che abbia mai visto. Per darvene un'idea sommaria, vi descrivo tre elementi del cast: il regista Ichikawa Jun è considerato come l'ultimo maestro del cinema giapponese a (non) essere stato scoperto in Europa; la sceneggiatura è tratta da un racconto di Murakami Haruki e le musiche sono di Sakamoto Ryuichi, questi due almeno li conosciamo.
È un film malinconico, dal respiro lento come quello dei nostri pensieri, con l'attenzione rivolta a quei piccoli gesti apparentemente semplici che però riempiono di significato la nostra esistenza. E possiede una singolare somiglianza con uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, quello in cui l'ex poliziotto Scottie Ferguson cerca di ricreare la donna che ha amato e che crede morta... Vertigo, anche questo lo conosciamo. E così come per Vertigo, chi vedrà Tony Takitani non se lo dimenticherà.