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domenica 27 aprile 2014

W.G. Sebald - Austerlitz



Adelphi, 2002-2013

pag.68

Con i festeggiamenti per la vittoria, nel corso dei quali anche a Bala si danzò per le strade pavesate di bandierine multicolori, parve annunciarsi una nuova epoca. Per me essa iniziò quando, in barba a ogni divieto, andai per la prima volta al cinema e, da allora, tutte le domeniche mattina, assistevo al cosiddetto cinegiornale dal bugigattolo dell'operatore Owen, uno dei tre figli di Evan il visionario.

giovedì 29 luglio 2010

Luciano Bianciardi - Il lavoro culturale

Feltrinelli 1957-2009,

pagg. 47-48

Nella nostra città i pomeriggi erano lenti e lunghissimi. Da ragazzi, dopo mangiato, non si riusciva a restare in casa: i genitori sonnecchiavano sul letto grande, nella camera in penombra, ma noi non potevamo star fermi. Perciò era meglio uscire, prima di svegliarli e sentirli gridare; ma anche fuori non si sapeva proprio dove sbattere la testa. (...)
L'orologio faceva le tre; ancora un'ora, pensavamo sbadigliando, ma verso le tre e mezzo già cominciavamo a muoverci lentamente. Si faceva la strada piano piano, fermandoci ogni tanto a guardare una vetrina, un manifesto, un cane zoppo, un gruppo di operai della società telefonica che riparavano un cavo lungo il corso. Oltre i portici di piazza del duomo c'era il cinema Savoia, il più grande della città. A quell'ora Sabatino, che faceva da maschera e da operatore, cominciava ad aprire i tre portoni e ad accendere le luci dell'atrio, litigando con noi che volevamo far subito il biglietto ed entrare in platea. Intanto restavamo lì nell'atrio a guardare i manifesti dei film di prossima programmazione, a leggere i nomi degli attori: Sui muri della Cina, con Clark Gable, Wallace Beery e Jean Harlow. Più tardi Clark Gable fece L'ammutinamento del Bounty. Gary Cooper invece faceva I lancieri del Bengala, quasi contemporaneamente alla Carica dei Seicento, con Errol Flynn. Qual era il migliore?
Le discussioni non finivano mai, in attesa che Sabatino accendesse le luci in sala e ci desse via libera. Quando incominciava il film, il cinema era ancora deserto, tranne noi, naturalmente: documentario, cinegiornale, prossimamente, Sabatino proiettava tutto con lunghi intervalli, quasi per guadagnare tempo e mettere in macchina il film solo a platea affollata. Ma a noi non dispiaceva quel ritardo: ci dava tempo di fare i nostri commenti sui film della settimana a venire, di paragonarli ai vecchi, di discutere sulla coppia Jeannette Mac Donald - Nelson Eddy, che avrebbe lavorato in un altro film musicale.

domenica 17 maggio 2009

Alfred Döblin - Viaggio in Polonia

Bollati Boringhieri, 1994

pag.28

Cinema, Ossi Oswalda. Una fortuna, non capire niente del testo; qui tutti bisbigliano, non appena compaiono le didascalie; un mormorio, un sibilo va per la sala. Questa musica ti rende felice; soltanto un pianoforte, due violini e una viola; tutti brani noti, anche tedeschi, ma in che modo eseguiti! (...) E qui. Il film narrava... non so cosa. Io guardavo solo di tanto in tanto. La musica dei violini mi entrava nel sangue in modo celestiale. Ogni volta che guardavo, Oswalda ne aveva sedotto un altro; aveva rovinato l'amante, l'aveva spinto a spararsi un colpo; con quest'altro... invece fa la santa. Semplici fatti d'amore, le «trame» sono del tutto irrilevanti, si rivedono sempre le stesse situazioni. Questa è la dolce vita.
E che bei giovanotti, che belle ragazze siedono vicino a me, si lasciano incantare dal film, ascoltano invogliati, bramosi di imitazione.

mercoledì 24 dicembre 2008

Il passo della tigre - Rolo Diez

Marco Tropea Editore, 2003

pagg.215-216
In strada si ricordò di Castro. Lo maledisse con tutte le sue forze, come se fosse colpa del Giustiziere se lo avevano portato in un cinema per non disturbare, e andò a recuperarlo.
Taxi fino al cinema. Pagare l'ingresso. Cercare nella sala buia. Disturbare gli spettatori. Sentire fischi e voci di protesta: «Ehi grassone, non sei mica trasparente!». E lui un po' disperato e abbastanza stufo, in un tono ancora più alto: «Castro! Giustiziere! Sono Chevelyn. Rispondimi!». Orgia di battute salaci in sala, prese in giro, risa, voci flautate. «Sono qui. Cosa vuoi, caro? Cercami. Prendimi. Sto venendo». Dall'altra parte, voci furiose di quelli che volevano vedere il film: «Idioti. Razza di coglioni. Deficienti. Zitti, imbecilli!». In mezzo all'assemblea, il grido di Castro: «Sono qui, Chevelyn! Tu, dove sei?». Il casino infuriava sempre più. Scontri verbali tra le voci flautate e quelle belligeranti. Chevelyn batteva in ritirata, urlando: «Ti aspetto fuori. Esci subito, Castro».
D'improvviso tutta la sala si mise a vociare. Chevelyn si diresse verso l'uscita inseguito da lattine di bibite, per la maggior parte vuote, da caramelle e pop corn, da un mezzo pasticcino che gli finì spiaccicato contro la nuca. E quando ebbe rivisto la luce del giorno e Castro che arrivava di corsa, allora sì, fu il momento della vendetta per Chevelyn che, rientrato in sala, esclamò: «Viva Hernán Cortés! Viva Kiki Camarena! Hugo Sanchez non è degno neppure di pulire le scarpe a Maradona!». Poi, uscì in tutta fretta, perché il proiezionista aveva illuminato la sala e perché al grido di «Massacriamoli!» venti individui si erano lanciati dalle loro poltrone, e persino quello che staccava i biglietti alla porta aveva cercato di sbarrargli il passo, ma Chevelyn lo buttò per terra con uno spintone, afferrò la mano del Giustiziere e con lui si dileguò a gran velocità.

lunedì 17 novembre 2008

La primavera dei maimorti - Piero Colaprico e Pietro Valpreda

Marco Tropea Editore, 2002

pagg.166-168
Avevano lasciato Umbertino nell'appartamento di una vicina, che gentilmente si era prestata a fare da babysitter, ed erano andati al cinema, in centro. Piazza San Babila era presidiata da alcuni reparti di poliziotti, perché un corteo non autorizzato era appena partito dalla Statale. Pietro e Rachele si affrettarono: volevano vedere La piscina, con l'attrice preferita da lui, Romy Schneider, e con l'attore preferito da lei, Alain Delon. Il quale, in questo noir, dimostrava per la prima volta in vita sua di saper recitare, sussurrò Binda all'orecchio della moglie, prima che la pellicola diventasse il sottofondo per le sue elucubrazioni.
La tensione che si creava nella villa dove la Schneider ospita lo scrittore fallito Delon e arrivano padre e figlia, e la figlia è Jane Birkin e le coppie si rimescolano fino al verificarsi di un omicidio, era niente rispetto all'ansia che stava provando dopo aver parlato con il maresciallo Bertacchi (...)
«Dài Peder, sta' ferm cont i pée. Vuoi stare tranquillo e vederti il film? O per darti una calmata aspetti solo le scene di nudo della tua Romy?»
«Scusa, hai ragione, lo sai che in questi giorni non ci sto con la testa.»
«Sst» si sentì dalle file dietro di loro.
Le immagini scorrevano, Binda mise un braccio intorno alle spalle di Rachele, si sforzò di seguire la trama, eppure non riusciva a staccarsi da un pensiero fisso: "Domani sono da lei, e nel pomeriggio, con qualche precauzione, concludo". Aveva voglia di una sigaretta. Se fosse stato da solo, si sarebbe messo fuori dalla sala e avrebbe sbirciato cinque minuti di film da uno spiraglio del tendone verde della platea, ma con Rachele era impossibile. Prima di uscire di casa l'aveva minacciato: «Se sento ancora che puzzi di fumo, cambio la serratura della porta». Doveva proprio smettere.

lunedì 30 giugno 2008

Joe R. Lansdale - Tramonto e polvere

(Sunset and Sawdust), 2004
Einaudi, 2005

pag.108
- Che è successo? - chiese Hillbilly.- Non lo so tanto bene, - disse Rooster. - Secondo quanto dice Lillian, quella che stacca i biglietti, questo tipo di colore, che qui chiamano tutti Smoky, è venuto allo sportello e voleva comprare un biglietto. Lei, naturalmente, non glielo ha venduto.
- Fate proiezioni anche di pomeriggio? - chiese Clyde.
- Ogni tanto, - disse Rooster. - Con tutti gli scansafatiche che ronzano qua attorno, il pomeriggio c’è una buona clientela.
- Accidenti, - disse Clyde. - Andare al cinema di pomeriggio. Non è fantastico?
- Lasciamo stare, - disse Sunset. - Vada avanti.
Rooster annuì. - Lillian gli ha detto che questo non è un cinema per gente di colore. Lui le ha chiesto se c’era un settore per neri, e lei gli ha risposto di no. Allora lui è tornato a casa a prendere il fucile. Lillian lo ha visto arrivare e si è gettata sul pavimento della biglietteria. Lui è entrato nel cinema, Lillian se l’è data a gambe ed è venuta a cercarci. Smoky ha fatto uscire tutti dalla sala, e quando siamo arrivati noi con lo sceriffo, lo sceriffo ha cercato di parlargli, ma non è riuscito neanche a passare la porta che Smoky l’ha fatto secco.
(…)
- Eppure, - disse Rooster, - non ho mai sentito nessuno che abbia fatto un tale casino per andare al cinema. E voi?
- Direi di no, - rispose Sunset. - Ma immagino che di solito i cinema abbiano un settore per gente di colore.
- Credo di sì.

mercoledì 11 giugno 2008

Melania G. Mazzucco - Vita

Rizzoli, 2003

pagg.347-348
Lui e Vita andavano al cinema, perché a forza di frequentarsi tutti i giorni avevano esaurito gli argomenti di conversazione, e il buio della sala favoriva colloqui silenziosi - regalando a entrambi una piacevole intimità: a Vita i suoi pensieri, a Geremia la vicinanza di lei. (...) A New York c'erano centinaia di cinematografi. Videro commedie, drammi, storie di rapine e al Fair Theatre, sulla Quattordicesima Strada, perfino l'Inferno di Dante della Milano Motion Photograph. Videro decine di film di cow-boy. A Vita piaceva pensare che mentre Broncho Bill scompariva in sella al suo cavallo tra le ombre lunghe del tramonto, da qualche parte, dietro lo schermo, c'era anche Moe Rosen, il ragazzo ebreo che una volta aveva dipinto per lei e per Lena una finestra sul muro cieco della cucina.
Alla Bella Sorrento, a Thompson Street, con rappresentazioni continue dalle nove del mattino a mezzanotte (ingresso quindici centesimi) davano le "scene cinematografiche che ripetono intera la vita del brigante Giuseppe Musolino". Geremia detestava le storie di briganti - lo irritava profondamente l'idea che gli italiani sapessero far parlare di sé in questa parte del mondo solo quando si mettevano contro lo stato, la legge e l'ordine. (...) Ma quando Vita scelse Musolino, si rassegnò. Non era l'unico sacrificio che era disposto ad affrontare per lei.

domenica 25 maggio 2008

Léo Malet - Morte a Saint-Michel


(Micmac moche au Boul'Mich'), 1957
Fazi Editore, 2005

pag.41
Uscii dal bistrot e andai a mangiare anatra laccata da un cinese di Rue Cujas. Poi, per digerire, entrai al Campollion, il più piccolo cinema di Parigi - esattamente centocinquantasette posti - in cui proiettavano Obséques en robe sac, un film poliziesco con Jacqueline Pierreux, sempre altrettanto bella e sempre - non glielo rimprovero - altrettanto prodiga di fascino. Era il giorno delle Jacqueline, oggi. E visto che era il giorno delle Jacqueline, che fosse anche quello degli spettacoli vari e successivi. Dopo il cinema, il cabaret. Scesi a recuperare la mia auto sul quai des Orfèvres e, costeggiando la Senna, arrivai a rue du Haut-Pavè.

mercoledì 30 aprile 2008

Joe R. Lansdale - La sottile linea scura


(A fine dark line), 2003
Einaudi, 2004

pagg.6-8
Il nostro drive-in, il Dew Drop, si trovava giusto dentro i confini della città, proprio di fronte a uno sciccoso quartiere residenziale. Sono certo che gli abitanti di quel quartiere storcevano la bocca davanti al drive-in e al servizio che forniva ai poveri cristi della città, o più precisamente ai loro figlioli, che da noi potevano entrare al costo di un dollaro a macchina.
Il Dew Drop era uno di quei drive-in che hanno per schermo il muro di una casa di abitazione. Non ce n'erano molti, di quel genere; di solito, lo schermo era poco più d'un pannello di legno o di metallo, assicurato a un'intelaiatura di grandi dimensioni. Chi aveva messo su il Dew Drop, invece, aveva avuto la vista lunga e fatto le cose in grande.
Lo schermo del Dew Drop era, in effetti, un massiccio palazzo dall'aspetto di un fortino da film western. Su una fiancata era stato dipinto un murale che raffigurava indiani ben ricoperti da penne, che se la filavano a cavallo inseguiti da una carica di soldati anch'essi a cavallo, inappuntabili nelle loro uniformi blu e berrettini bianchi. Dalle pistole e dai fucili dei soldati spuntavano nuvolette di fumo biancastro, che stavano a indicare una sparatoria, e un indiano era stato giustappunto colpito e, caduto a terra, destinato a mai più cavalcare o a scalpare chicchessia.
(…)
Un uomo di colore, di nome Buster Abbot Lighthorse Smith, che era già stato alle dipendenze del precedente proprietario, faceva da proiezionista. Era vecchio, astioso, dall'aria robusta, diceva ben poco. Per lo più, faceva il suo. Era un tipo così tranquillo da farti scordare che stava lì. Se ne arrivava a piedi un'oretta prima dell'inizio dello spettacolo, faceva quel che doveva fare, riponeva la pellicola al termine della proiezione e se ne andava.
Mia madre e mio padre tenevano aperto il drive-in dal lunedì al sabato, temporali e profondo inverno esclusi. Anche nel Texas orientale capitava che facesse troppo freddo per andarsene al drive-in.
Proprio per questo chiudevamo una settimana prima di Natale, per riaprire non prima dell'inizio di marzo. In quei mesi papà riparava gli altoparlanti, scaricava del brecciolino nuovo, faceva lavoretti di imbiancatura e carpenteria.

pagg.158-159
Quel pomeriggio Buster non si fece vedere. Era un periodo che arrivava presto, ma alla sua solita ora di lui non c'era ancora traccia. E ancora niente, più tardi, quando avrebbe dovuto già essere in servizio.
- Ma dove diavolo è finito, quel figlio d'un cane?
Eravamo in veranda, accanto al banco degli snack. - Mi ha detto che se oggi non si faceva vivo, è perché stava poco bene.
Papà mi scrutò con due occhi d'acciaio, e per un istante pensai «Adesso mi sgonfio». - Perché non me l'hai detto prima? - fece poi.
- M'è passato di mente. Mi ha detto che non si sentiva bene, che forse non sarebbe venuto. Io invece ho pensato che ce l'avrebbe fatta, e così me ne sono scordato.
- Ah, è così?
- Sissignore… ma posso cambiare io le bobine.
- Davvero?
- Buster mi ha insegnato come si fa.
- Bene. Molto bene. Va' a metter su il film, figliolo. Stasera, il proiezionista lo fai tu.
(…)
Quella sera proiettai un western con Randolph Scott, e andò tutto liscio, con soltanto un breve ritardo tra una bobina e l'altra, salutato con gran strombazzare di clacson e urla assortite, ma riuscii a sbrigarmela alla svelta, e al termine del film già mi sentivo un professionista. Papà venne persino a portarmi hamburger, coca e patate fritte.
Sistemò il mio pasto sul tavolino accanto al proiettore. - Che ne diresti di prendere il posto di Buster? - mi chiese.
Tutta la mia baldanza svanì. Non mi sentivo mica più tanto bene.
- Oh, no, Papà. Ho fatto casino, con quella bobina. Non è andata così liscia.
- Hai fatto un buon lavoro, veloce quanto basta. Un po' di esercizio non ti farà che migliorare.
- Papà, non credo che sia il caso. È il lavoro di Buster.
- Tu e quel vecchio negro siete proprio diventati amici, eh?
- Sissignore.
- Stanley, questo lavoro puoi farlo benissimo tu. Se poi accetti, i soldi che ti pago restano in famiglia. E, a dirla tutta, posso permettermi di darti meno che a Buster. Fin quando non ti sarai fatto un po' d'esperienza.

venerdì 4 aprile 2008

Hugo Claus - La sofferenza del Belgio

(Het verdriet van Belgie), 1983
Feltrinelli, 1999

pagg.468-470
"Potremmo andare al cinema, ma non c'è niente," disse Papà. "Reitet für Deutschland, Cavaliere per la Germania, con Willy Birgel, è di sicuro interessante, un uomo che cavalca per la gloria del suo paese, insegna che ci si può rendere utili in tutti i settori, ma non ho la testa ai cavalli in questo periodo. Al Vooruit danno Jansses en Peeters, ma è recitato in dialetto anversese e noi non capiremmo una sola parola."
"Al Cameo danno..." iniziò a dire Louis.
"Louis, per favore!"
"Étoile d'amour."
"Appunto! Un vaudeville francese. I francesi non sanno fare altro che film sull'amour toujours con le donne in sottoveste. È uno scandalo che i fiamminghi di Walle permettano certi film nella loro città. Prima della guerra, quando davano un film decadente, andavamo tutti insieme a tirare calamai contro lo schermo, quelli erano tempi più seri."
Louis decise di andare appena possibile allo spettacolo pomeridiano del Cameo. Poiché era decadente. (...)

Quella stessa sera, al Cameo, Ginette Leclerc, una smorfiosetta con la zazzera che le arrivava oltre le sopracciglia, rimase per alcuni minuti in sottoveste e calze nere, mentre un operaio con la testa da topo la consolava carezzandole i fianchi fasciati dalla sottoveste bordata di piumine nere. Louis lo accompagnò nelle carezze e poi si accarezzò la patta. Durante un lunghissimo inseguimento nella metropolitana di Parigi fra polizia e banditi, mentre le stridule voci francesi rimbombavano contro interminabili pareti di mattonelle chiare, Louis dal suo palco di prima fila guardò verso la platea e vide distintamente, sebbene più vagamente rispetto alle violente immagini in bianco e nero dello schermo, il cranio calvo e rosso di suo padre che sedeva immobile col cappello sulle ginocchia; soltanto la mano si muoveva e prendeva meccanicamente da un sacchetto delle caramelle e le portava alla bocca invisibile.
Poco prima della fine, che gli avrebbe mostrato soltanto l'interminabile ricongiungimento dei due babbei francesi, Louis corse a casa a gran velocità.
"Com'era?" domandò al padre.
"Cosa?"
"La riunione al Groeninghe."
"Ah, già. Di nuovo i soliti litigi fra Vnv e Devlag. Come potrà mai nascere una fusione? Ciascuno difende i propri interessi contro gli altri. Questa è la disgrazia delle Fiandre, paghiamo lo scotto di tutti quegli anni di intrighi democratici."

domenica 30 marzo 2008

Jonathan Lethem - La fortezza della solitudine


(The fortress of solitude), 2003
Tropea, 2004

pagg.121-122
Il Dullfield era una grandiosa rovina di cinema art déco, un esperimento vivente di ciò che accade se non ripulisci la facciata di un palazzo per cinquant'anni, ti limiti a vendere biglietti e caramelle ormai dure da appiccicare a terra e Coca-Cola sgasata a corrodere i cardini dei sedili imbottiti sfondati quando si rovesciava. Un sedile su quattro era abbastanza solido da potercisi sedere. Altri sembravano essere stati presi a coltellate da gang inferocite. Le pareti erano pannelli di feltro rosso stracciato tra cherubini e rosette dorati, ormai anneriti e col naso mozzato come lugubri doccioni. Quel luogo era innaturalmente oscuro. Le insegne rosse dell'uscita fluttuavano nell'oscurità, il fumo di sigaretta che intersecava il fascio di luce del proiettore per poi annidarsi nell'enorme relitto di candeliere, sotto la volta scrostata del soffitto, il film fuori quadro che si proiettava sui bordi del pesante sipario marcio ai lati dello schermo. Lo schermo medesimo presentava fori di proiettile ed era visibilmente marchiato dai tag di Strike e di Bel II.
Barrett Rude Junior pagò il biglietto ed entrò, trovò un posto sotto la balconata. La lotteria ambulante era già cominciato, forse era già a metà. L'aria era fredda e stantia. La sala era piena per due terzi, le teste raggruppate fino agli angoli più remoti del gigantesco locale, tutti che fumavano e ridevano e commentavano il film. Gridolini e gemiti negli angoli più bui. Una donna avrebbe anche potuto partorire due gemelli sulla balconata, che nessuno se ne sarebbe accorto. Barrett Rude si appoggiò all'indietro, collaudò le molle, si mise comodo. Aveva avuto la furbizia di portarsi un bottiglione di Colt nel sacchetto di carta marrone, senza preoccuparsi di nasconderlo all'indifferente strappabiglietti. Svitò il tappo, che esalò un rapido shuffff di anidride carbonica liberata, cui rispose il mormorio di invidia degli spettatori abbastanza vicini da poterlo udire: Maledizione, potevo pensarci anch'io?

venerdì 7 marzo 2008

Alexander McCall Smith - Un peana per le zebre

(The Kalahari Typing School for men), 2002
Guanda, 2004

pagg.52-53
«Provenienza polizia» disse la signora Ramotswe. «Quindi è un poliziotto in pensione. Questa è una cattiva notizia. Alla gente piacerà l'idea di esporre i propri problemi a un poliziotto in pensione».
«E provenienza New York, anche» disse piena di ammirazione la signorina Makutsi. «Questo farà davvero colpo. Tutti hanno visto qualche film con i detective di New York e sanno quanto sono bravi!»
La signora Ramotswe lanciò un'occhiata alla signorina Makutsi. «Tipo Superman?» chiese.
«Già» disse la signorina Makutsi. «Roba del genere. Superman».
La signora Ramotswe aprì la bocca per dire qualcosa alla sua assistente, ma si interruppe. Era al corrente degli straordinari risultati conseguiti dalla signorina Makutsi presso la scuola per segretarie del Botswana - era difficile ignorare il certificato in cornice che li testimoniava, appeso sopra la scrivania della signorina Makutsi - ma certe volte la trovava terribilmente ingenua. Superman, addirittura! Non riusciva proprio a capire come potesse interessare una tale stupidaggine a una persona che avesse superato i sei o sette anni di età. Eppure la trovavano interessante, eccome; quando arrivava un film del genere nel cinema della città, quello che apparteneva a un tipo molto ricco che abitava vicino a Nyerere Drive, una vera folla di persone era più che disposta a pagare il prezzo del biglietto. Certo, alcuni erano coppiette di innamorati, che non necessariamente seguivano quanto accadeva sullo schermo, ma gli altri sembrava proprio che andassero per il film.

pag.177
Finita la lezione e chiusa la sala riunioni, la signorina Makutsi uscì e lo trovò ad attenderla in macchina, come convenuto. Le propose di andare al cinema e poi a mangiare qualcosa in un locale. La proposta piacque molto alla signorina Makutsi, contentissima all'idea che questa volta, invece di andare come al solito al cinema da sola, avrebbe avuto accanto a sé un uomo, come quasi tutte le altre ragazze.
Il film brulicava di gente sciocca che viveva nel lusso, ma alla signorina Makutsi interessava poco e quasi non seguì la vicenda. Pensava solo al signor Bernard Selelipeng che, circa a metà della proiezione, le aveva preso la mano e le sussurrava frasi ardenti in un orecchio.

mercoledì 20 febbraio 2008

Mauro Curradi - Junior

Meridiano Zero, 2005

pagg.220-221
All'una sua moglie era pronta, indecisa se portare o meno il cappellino. L'unico che aveva era servito, finora, per matrimoni e funerali. Elsa si chiese se il film era davvero speciale. No. Era un film come un altro. Uscito nel 1939, mentre in Europa stava scoppiando la guerra e l'Italia si godeva l'ultimo anno di pace, durante il quale si poteva ancora sperare di vedere quella pellicola. (...) All'ingresso del Politeama di Prato erano parcheggiate due vespe e qualche Lambretta. Ai due lati, i giganteschi manifesti del film. Rossella O'Hara, esordiva l'autrice del libro, non era quel che si dice una grande bellezza, ma raramente gli uomini se ne accorgevano.
Per fortuna, al momento di uscire Elsa si era messo il cappello, e si era anche truccata. Entrarono a film cominciato. La gente era in piedi. Nel buio della sala, l'acre odore del fumo si colorava dei riflessi cangianti provenienti dallo schermo, dove - tra matrimoni, vedovanze, guerre, voglia di lusso, bisogno di soldi - si svolgeva la storia di una generazione che non si arrendeva alle avversità della vita. Finché, nella scena famosa - tra esclamazioni, commenti, sospiri di donna - l'eroe mascalzone si caricava in collo la moglie per obbligarla a salire il fastoso scalone tappezzato di rosso e raggiungere il letto dove l'avrebbe finalmente costretta a obbedirgli, qualunque cosa volesse.
- Oh Nini...
Nini in Toscana non si chiama nessuno eccetto, forse, qualche immigrato proveniente dal Sud ("gente di giù" dicono ancora i pratesi). "Oh Nini" non è che un vocativo, generalmente rivolto da una donna al suo uomo. In questo caso, un operaio comunista in cerca di giustizia sociale e di quel po' di benessere necessario a mantenere moglie e due figli.
- Oh Nini... - ripeté l'Elsa stringendo il braccio al marito.
- Icché t'ha?
- O come sono squallide le nostre vite.
- Vorresti anche tu una vestaglia di damasco?
- 'un è damasco. È velluto. Velluto di seta.
- 'un è roba per noi.
- Perché?

sabato 9 febbraio 2008

Joe R. Lansdale - Atto d'amore


(Act of love), 1981
Fanucci, 2004

pag.163-164
Rachel scoppiò a ridere. «A che ora passa Tommy?»
«Alle otto.»
«Dove andate?»
«Al cinema.»
«Posso chiedere quale?»
«No, non devi starmi addosso come se fossi una bambina.»
«Sei solo una piccola bambina.»
«Al Redland.»
«Un drive-in?»
«Se non ha cambiato ragione sociale stanotte.»
«A papà non piace che tu ci vada.»
«Avrà paura che mi buschi un raffreddore per i troppi spifferi.»
«Non fare la furba» protestò Rachel, anche se non poté fare a meno di sorridere. «Se ti copri bene non ti ammali. Mi sono spiegata?»
«Oh, mamma, mi conosci.»
Rachel s'appoggiò all'armadietto delle scope. «Piccola, non ti conosco affatto. Almeno in un cinema al chiuso sarai tenuta a mantenere una condotta corretta.»
«Mamma!»
«Figlia!»
JoAnna divenne seria. «D'accordo. Dirò a Tommy di lasciare perdere il drive-in.»

pag.166-167
Li seguì fino alla Southmore, dove li vide entrare nel parcheggio di un cinema, quindi andò a parcheggiare poco lontano dal loro posto, e attese. I due innamorati scesero dalla Grand Prix per entrare nel cinema, sottobraccio, ridendo all'unisono.
C'erano due lunghe file per il cinema multisala, una per Profezia, l'altra per Amore al primo morso. I ragazzi si infilarono nella seconda.
Il suo orologio segnava le 20.27. Lo spettacolo doveva cominciare alle otto e mezzo, minuto più minuto meno. Contando le presentazioni, la pubblicità del bar e la proiezione, ne avrebbero avuto per almeno due ore. Conoscendo i suoi polli, dopo il film avrebbero avuto qualcos'altro in programma, e non solo per una Coca.

sabato 19 gennaio 2008

Gerald Kersh - La notte e la città


(The night and the city), 1938
Fanucci, 2003

pagg.11-12
Ding! fece l'orologio al primo scoccare delle otto. Su e giù per la via i negozi cominciavano a chiudere. La West Central prese ad ardere e contorcersi in un reticolo fiammeggiante di tubi al neon. Esplodendo come inesauribili fuochi d'artificio, il milione di lampadine colorate delle insegne luminose ardeva sopra la facciata del West End con una intermittenza cadenzata. I treni della metropolitana provenienti dalla periferia, schizzando fuori dal tunnel come dentifricio rosso da un tubetto, vomitavano folle di pubblico dirette ai teatri. Autobus carichi si lanciavano strepitanti verso i cinodromi. Gli ingressi dei cinema divennero neri di gente. I teatri di vaudeville, come aspirapolvere giganti, risucchiarono all'improvviso le file in attesa. Dietro le finestre più alte si accesero le luci e si abbassarono le tendine. Gas, fili elettrici, cera, olio: tutto quel che può far luce bruciava.

mercoledì 9 gennaio 2008

Tonino Benacquista - Malavita

(id.), 2004
Ponte alle Grazie, 2006

pag.92-94
Cholong-sur-Avre non aveva mai avuto una vera sala cinematografica. A ogni generazione, un volontario si occupava di un buon vecchio cineforum ospitato nel salone di gala del municipio. Nonostante i moniti di un pugno di eletti («È una lotta persa in partenza!»), una cinquantina di fedelissimi arrivavano sempre, quale che fosse il programma, nelle due sedute mensili: di che rendere redditizia l'operazione e dare torto ai cacadubbi. Alain Lemercier, pensionato della Pubblica istruzione ed eterno cinefilo, decideva la programmazione del film, faceva stampare le locandine e dirigeva il dibattito che seguiva la proiezione. Il suo amore per il cinema gli veniva da quei pazzoidi che avevano percorso le campagne in lungo e in largo per proiettare i film di Marcel Carné e di Sacha Guitry nei fienili e nelle sale dei municipi, da quei fanatici che andavano a cercare il loro pubblico nei campi, nelle cucine delle fattorie, e che poi lo accoglievano senza curarsi dell'incasso, perché non c'era nessuno che pagasse davvero; non era quello il fine. Gli illuminati della lanterna magica si accontentavano delle risate alla comparsa di Michel Simon in Boudu, e delle lacrime alla scena finale di Furore. In ricordo di tutti quei momenti, Alain Lemercier aveva ripreso la fiaccola a Cholong e programmava un cinema d'autore, classici dimenticati, pretesti per il dibattito che tratteneva in sala la maggior parte degli spettatori. Il più delle volte riusciva a scovare un invitato in grado di fornire un punto di vista particolare; ci si rammentava di una serata che aveva riempito una buona metà della sala in occasione della proiezione di Momenti di gloria, la storia di due giovani mezzofondisti che non smettevano di affrontarsi. Alain aveva invitato una celebrità locale, il signor Mounier, la cui carriera di podista aveva ripreso slancio sul tardi in occasione dei giochi olimpici della terza età. In un'altra serata memorabile, era riuscito a far venire da Parigi uno specialista in bambini genialoidi per un appassionante dibattito attorno ad un film che raccontava la storia di un bambino ritardato che diventa di colpo superintelligente. E, se si trovava a corto di relatori, Alain caldeggiava le domande e cercava di ottenere risposta da coloro che avevano un parere: era un animatore.
L'arrivo a Cholong di uno scrittore newyorchese era un pretesto ideale per rivisitare un classico americano. Senza pensarci su due volte, Alain prese il telefono per invitare Fred, cui rammentò le ore feconde della sua piccola attività cinematografica.
«Sarebbe un grande onore per noi se accettasse di essere il nostro prossimo invitato.»
Un dibattito in un cineforum? Fred? Lui per il quale un film non era concepibile senza una birra in mano, senza un tasto «Pausa» per andare a rovistare in frigo? Lui che si annoiava se non c'erano esplosioni e sparatorie? Lui che si addormentava durante le scene romantiche? Lui che non riusciva a leggere i sottotitoli e a vedere contemporaneamente le immagini? Un dibattito in un cineforum?

pag.96-98
Nella penombra del gigantesco salone delle feste, gli spettatori aspettavano il discorsetto introduttivo di Alain Lemercier. Quei cinquanta irriducibili, presenti sempre e comunque, costituivano stavolta un vero e proprio circolo. Per niente al mondo sarebbero mancati a quel rituale, a quel raccoglimento condiviso che non si trovava più altrove, a quell'emozione che soltanto il grande schermo suscitava. Apprezzavano altrettanto il ritorno al reale e i battibecchi che seguivano il film. Il semplice fatto di lasciare il loro comodo salotto e la televisione per andare a vedere un film in sala era, ai loro occhi, un atto di resistenza.
(...)
Lemercier, scomparso in cabina di proiezione, tardava a far partire il film; tra il pubblico serpeggiava l'impazienza.
«Da noi, avrebbero già ammazzato l'operatore» bisbigliò Fred.
Tom, nonostante una lunga abitudine all'attesa, gli dette ragione. Lemercier ricomparve, le braccia aperte in segno di scusa, e salì sul palco per fare un annuncio.
«Amici! La Cineteca ha commesso un errore. I rulli che mi hanno consegnato non corrispondono al nostro titolo. Non è la prima volta che capita...»
In ragione di due volte l'anno, stava diventando addirittura un classico. Nel novembre precedente, Il cacciatore di Michael Cimino era finito nelle pizze di Viaggio allucinante di Richard Fleischer, e qualche mese prima, anziché vedere il documentario americano Punishment Park, il club si era dovuto accontentare di La Pantera Rosa colpisce ancora. Ci voleva altro per destabilizzare Alain, il quale riusciva, con un rischioso gioco di destrezza, a giustificare il cambiamento di programma, a improvvisare una presentazione selvaggia, fino a trovare delle connessioni tra i due film. Quel tipo di riassestamento dopo un cataclisma era diventato la specialità dell'animatore.

pag.101
Dopo i titoli di coda, Lemercier tornò sul palco e prese il microfono per dare qualche informazione sul film e sul regista. Prima di passare la parola a coloro che volevano intervenire, si volse verso Fred e lo invitò a raggiungerlo. Ci furono applausi di incoraggiamento e, come al solito, Alain fece la prima domanda.
«Quando si vive a New York, si percepisce la presenza della mafia così come il cinema è solito presentarla?»

pag.107
Cinquanta sagome inerti. Cinquanta persone che pendevano dalle labbra dell'uomo sul palco. Un vento di stupore passava tra le file e nessuno osava muoversi o fare commenti. Dimenticati il dibattito, la programmazione. Una voce si esprimeva, bisognava ascoltarla.
Uno spettatore si alzò con discrezione e uscì per telefonare alla moglie che assisteva, a cento metri da lì, alla riunione mensile dei militanti della lista ecologica per le prossime elezioni comunali. In sostanza, le disse che stava succedendo «qualcosa» al cineforum, qualcosa da non perdere per niente al mondo. Lei guardò l'orologio e propose all'assemblea di andare a fare una puntata al salone delle feste.

pag.109-110
In terza fila, i coniugi Ferrier, habitué del cineforum, si guardavano increduli.
«Non ti pare che esageri un po'?»
«È uno scrittore, cara. Più il fatto è stravagante, e più farcelo credere lo diverte.»
Il pubblico, dopo un'ora che Fred parlava, era triplicato. La notizia si era propagata e i curiosi arrivavano dai ristoranti e dai bar dei dintorni. Più volte Fred ebbe voglia di prendere nota di un aneddoto che poteva trovare posto nelle sue Memorie, ma poi preferì continuare a tirare per le lunghe un esercizio che soggiogava il suo uditorio. Quanto a Tom, si vedeva già intento a contattare la base di Quantico per riferire ai suoi superiori, ma come annunciare loro che Fred, non contento di trasformare il suo passato di mafioso in letteratura, si era appena lanciato in un one-man-show che avrebbe potuto riempire il Caesar's Palace?

domenica 30 dicembre 2007

Rolo Diez - Foglie nel vento


(Papel picado), 2003
Tropea, 2006

pag.15
Sullo schermo le vittime si succedono con l'insignificanza di chi non pretende nemmeno di fingere una morte reale. È curioso constatare come il cinema è invecchiato. La prima locomotiva che un secolo fa attraversò lo schermo seminò il panico e fece fuggire la gente dalla sala. Oggi possono massacrare cento cristiani e nessuno interrompe le sue masticazioni. Appena ieri, il primo piano di un seno meritevole metteva in subbuglio il testosterone in platea. Ora le ninfe fornicano con serpenti, con sassofoni, con i sette nani di Biancaneve, con il solo risultato di annoiare lo spettatore. Il miracolo è invecchiato. Gli spettatori sono invecchiati. Velocità e menefreghismo sono diventati i paradigmi dell'epoca.

martedì 18 dicembre 2007

Michel Houellebecq - La possibilità di un'isola


(La possibilité d'une île), 2005
Bompiani, 2005

pag.43
Per collocarlo meglio, bisogna ricordare che in quegli anni - gli ultimi di esistenza di un cinema francese economicamente indipendente - i soli successi attestabili della produzione francese, i soli che potessero pretendere, se non di rivaleggiare con la produzione americana, perlomeno di coprirne le spese, appartenevano al genere della commedia - raffinata o volgare che fosse, funzionava. D'altra parte, il riconoscimento artistico, che consentiva al tempo stesso l'accesso agli ultimi finanziamenti pubblici e una copertura corretta nei media di riferimento, andava prioritariamente, nel cinema come negli altri campi, a produzioni culturali che facevano apologia del male o, perlomeno, rimettevano gravemente in discussione i valori morali definiti "tradizionali" per convenzione di linguaggio, in una sorta di anarchia istituzionale che si perpetuava attraverso minipantomime il cui carattere ripetitivo non ne smorzava affatto il fascino agli occhi della critica, tanto più che essa facilitava loro la redazione di recensioni stereotipate, classiche, ma che potevano però presentarsi come innovatrici.

sabato 1 dicembre 2007

Gian Carlo Fusco - Duri a Marsiglia


Einaudi, 2005

pag.105
Soltanto dopo cena, quando andavano a passeggiare sulla Canebière o sul Quai des Belges, le donne si mettevano qualcosa di più pesante, uno scialle o un golf, sui vestiti d'agosto. I cinema all'aperto erano sempre gremiti. Specialmente l'Arène Monte Cristo, dove si proiettava, fin dalla fine di luglio, Quatorze julliet di René Clair, con Annabella (una delle mie attrici preferite) e Georges Rigaud. Lo andai a vedere due volte. E due volte andai anche al Cinema Italia, a vedere La tavola dei poveri di Alessandro Blasetti, dove giganteggiava la straordinaria personalità di Raffele Viviani. Lungo la pensilina del cinematografo, centinaia di lampadine, spegnendosi e accendendosi, facevano scorrere la scritta pubblicitaria: «Ce film n'est pas plu à Mussolini».

mercoledì 21 novembre 2007

Gino Pugnetti - Vendetta, tremenda vendetta


Meridiano Zero, 2004

pag.32
Senta, il personale è pronto?
Il personale. Sono in due. Uno alla proiezione e uno al controllo in sala. Non li ha visti? Sono quelli che stanno imbiancando. Uno, l'operatore, è appena tornato dalla guerra, era in marina e gli hanno affondato il sommergibile, così che ogni tanto gli viene da fare degli urli, e l'altro è il cavalier Bisigato, non lo ha mai sentito? eh dài, il boxeur, il campione regionale dei massimi di prima della guerra...
Ah, quello là grosso.
Sa, questo è un cinema popolare, ogni tanto succede qualche baruffa, allora ci vuole uno coi muscoli, che con una sberla metta a posto tutti. Una volta ha mandato fuori con un spintone anche un militare tedesco ubriacato che disturbava il film con la Jean Harlow.

pag.128
Specie di sera il Casalini era sempre pieno. Di lunedì qualche volta lo affittavo a una società corale, oppure al complesso dei Ruzantini, o a un incontro di boxe, dove prima di incominciare montava sul ring per l'applauso anche il pugile a riposo cavalier Bisigato, che era sempre il custode fedele del locale. Per la prossima stagione avevo in mente di fare dei bei film, che già avevo prenotato La corona di ferro, Ventiquattro ore di guerra in URSS, Le avventure del barone di Münchhausen e il capolavoro dei Bambini ci guardano. Purtroppo il Roma città aperta me lo aveva già fregato per la prima visione il cinema Garibaldi. In più avevo affittato almeno venti film west, compreso il capolavoro dei capolavori Ombre rosse, che per l'occasione aumentavo anche il prezzo dei biglietti.
Anche il cinema-teatro Concordi, che eravamo in tre soci, andava bene. Ma là si presentava roba leggerina, specie commedie di amore, tanto la gente aspettava che terminasse il film e tutti si precipitavano nelle prime file per vedere il varietà, che di solito le compagnie le scritturava Nonantola conoscendo gli impresari di Milano e intendendosi di quel genere.