(id.), 2004
Ponte alle Grazie, 2006
pag.92-94
Cholong-sur-Avre non aveva mai avuto una vera sala cinematografica. A ogni generazione, un volontario si occupava di un buon vecchio cineforum ospitato nel salone di gala del municipio. Nonostante i moniti di un pugno di eletti («È una lotta persa in partenza!»), una cinquantina di fedelissimi arrivavano sempre, quale che fosse il programma, nelle due sedute mensili: di che rendere redditizia l'operazione e dare torto ai cacadubbi. Alain Lemercier, pensionato della Pubblica istruzione ed eterno cinefilo, decideva la programmazione del film, faceva stampare le locandine e dirigeva il dibattito che seguiva la proiezione. Il suo amore per il cinema gli veniva da quei pazzoidi che avevano percorso le campagne in lungo e in largo per proiettare i film di Marcel Carné e di Sacha Guitry nei fienili e nelle sale dei municipi, da quei fanatici che andavano a cercare il loro pubblico nei campi, nelle cucine delle fattorie, e che poi lo accoglievano senza curarsi dell'incasso, perché non c'era nessuno che pagasse davvero; non era quello il fine. Gli illuminati della lanterna magica si accontentavano delle risate alla comparsa di Michel Simon in Boudu, e delle lacrime alla scena finale di Furore. In ricordo di tutti quei momenti, Alain Lemercier aveva ripreso la fiaccola a Cholong e programmava un cinema d'autore, classici dimenticati, pretesti per il dibattito che tratteneva in sala la maggior parte degli spettatori. Il più delle volte riusciva a scovare un invitato in grado di fornire un punto di vista particolare; ci si rammentava di una serata che aveva riempito una buona metà della sala in occasione della proiezione di Momenti di gloria, la storia di due giovani mezzofondisti che non smettevano di affrontarsi. Alain aveva invitato una celebrità locale, il signor Mounier, la cui carriera di podista aveva ripreso slancio sul tardi in occasione dei giochi olimpici della terza età. In un'altra serata memorabile, era riuscito a far venire da Parigi uno specialista in bambini genialoidi per un appassionante dibattito attorno ad un film che raccontava la storia di un bambino ritardato che diventa di colpo superintelligente. E, se si trovava a corto di relatori, Alain caldeggiava le domande e cercava di ottenere risposta da coloro che avevano un parere: era un animatore.
L'arrivo a Cholong di uno scrittore newyorchese era un pretesto ideale per rivisitare un classico americano. Senza pensarci su due volte, Alain prese il telefono per invitare Fred, cui rammentò le ore feconde della sua piccola attività cinematografica.
«Sarebbe un grande onore per noi se accettasse di essere il nostro prossimo invitato.»
Un dibattito in un cineforum? Fred? Lui per il quale un film non era concepibile senza una birra in mano, senza un tasto «Pausa» per andare a rovistare in frigo? Lui che si annoiava se non c'erano esplosioni e sparatorie? Lui che si addormentava durante le scene romantiche? Lui che non riusciva a leggere i sottotitoli e a vedere contemporaneamente le immagini? Un dibattito in un cineforum?
pag.96-98
Nella penombra del gigantesco salone delle feste, gli spettatori aspettavano il discorsetto introduttivo di Alain Lemercier. Quei cinquanta irriducibili, presenti sempre e comunque, costituivano stavolta un vero e proprio circolo. Per niente al mondo sarebbero mancati a quel rituale, a quel raccoglimento condiviso che non si trovava più altrove, a quell'emozione che soltanto il grande schermo suscitava. Apprezzavano altrettanto il ritorno al reale e i battibecchi che seguivano il film. Il semplice fatto di lasciare il loro comodo salotto e la televisione per andare a vedere un film in sala era, ai loro occhi, un atto di resistenza.
(...)
Lemercier, scomparso in cabina di proiezione, tardava a far partire il film; tra il pubblico serpeggiava l'impazienza.
«Da noi, avrebbero già ammazzato l'operatore» bisbigliò Fred.
Tom, nonostante una lunga abitudine all'attesa, gli dette ragione. Lemercier ricomparve, le braccia aperte in segno di scusa, e salì sul palco per fare un annuncio.
«Amici! La Cineteca ha commesso un errore. I rulli che mi hanno consegnato non corrispondono al nostro titolo. Non è la prima volta che capita...»
In ragione di due volte l'anno, stava diventando addirittura un classico. Nel novembre precedente, Il cacciatore di Michael Cimino era finito nelle pizze di Viaggio allucinante di Richard Fleischer, e qualche mese prima, anziché vedere il documentario americano Punishment Park, il club si era dovuto accontentare di La Pantera Rosa colpisce ancora. Ci voleva altro per destabilizzare Alain, il quale riusciva, con un rischioso gioco di destrezza, a giustificare il cambiamento di programma, a improvvisare una presentazione selvaggia, fino a trovare delle connessioni tra i due film. Quel tipo di riassestamento dopo un cataclisma era diventato la specialità dell'animatore.
pag.101
Dopo i titoli di coda, Lemercier tornò sul palco e prese il microfono per dare qualche informazione sul film e sul regista. Prima di passare la parola a coloro che volevano intervenire, si volse verso Fred e lo invitò a raggiungerlo. Ci furono applausi di incoraggiamento e, come al solito, Alain fece la prima domanda.
«Quando si vive a New York, si percepisce la presenza della mafia così come il cinema è solito presentarla?»
pag.107
Cinquanta sagome inerti. Cinquanta persone che pendevano dalle labbra dell'uomo sul palco. Un vento di stupore passava tra le file e nessuno osava muoversi o fare commenti. Dimenticati il dibattito, la programmazione. Una voce si esprimeva, bisognava ascoltarla.
Uno spettatore si alzò con discrezione e uscì per telefonare alla moglie che assisteva, a cento metri da lì, alla riunione mensile dei militanti della lista ecologica per le prossime elezioni comunali. In sostanza, le disse che stava succedendo «qualcosa» al cineforum, qualcosa da non perdere per niente al mondo. Lei guardò l'orologio e propose all'assemblea di andare a fare una puntata al salone delle feste.
pag.109-110
In terza fila, i coniugi Ferrier, habitué del cineforum, si guardavano increduli.
«Non ti pare che esageri un po'?»
«È uno scrittore, cara. Più il fatto è stravagante, e più farcelo credere lo diverte.»
Il pubblico, dopo un'ora che Fred parlava, era triplicato. La notizia si era propagata e i curiosi arrivavano dai ristoranti e dai bar dei dintorni. Più volte Fred ebbe voglia di prendere nota di un aneddoto che poteva trovare posto nelle sue Memorie, ma poi preferì continuare a tirare per le lunghe un esercizio che soggiogava il suo uditorio. Quanto a Tom, si vedeva già intento a contattare la base di Quantico per riferire ai suoi superiori, ma come annunciare loro che Fred, non contento di trasformare il suo passato di mafioso in letteratura, si era appena lanciato in un one-man-show che avrebbe potuto riempire il Caesar's Palace?
mercoledì 9 gennaio 2008
Tonino Benacquista - Malavita
domenica 30 dicembre 2007
Rolo Diez - Foglie nel vento

(Papel picado), 2003
Tropea, 2006
pag.15
Sullo schermo le vittime si succedono con l'insignificanza di chi non pretende nemmeno di fingere una morte reale. È curioso constatare come il cinema è invecchiato. La prima locomotiva che un secolo fa attraversò lo schermo seminò il panico e fece fuggire la gente dalla sala. Oggi possono massacrare cento cristiani e nessuno interrompe le sue masticazioni. Appena ieri, il primo piano di un seno meritevole metteva in subbuglio il testosterone in platea. Ora le ninfe fornicano con serpenti, con sassofoni, con i sette nani di Biancaneve, con il solo risultato di annoiare lo spettatore. Il miracolo è invecchiato. Gli spettatori sono invecchiati. Velocità e menefreghismo sono diventati i paradigmi dell'epoca.
martedì 18 dicembre 2007
Michel Houellebecq - La possibilità di un'isola

(La possibilité d'une île), 2005
Bompiani, 2005
pag.43
Per collocarlo meglio, bisogna ricordare che in quegli anni - gli ultimi di esistenza di un cinema francese economicamente indipendente - i soli successi attestabili della produzione francese, i soli che potessero pretendere, se non di rivaleggiare con la produzione americana, perlomeno di coprirne le spese, appartenevano al genere della commedia - raffinata o volgare che fosse, funzionava. D'altra parte, il riconoscimento artistico, che consentiva al tempo stesso l'accesso agli ultimi finanziamenti pubblici e una copertura corretta nei media di riferimento, andava prioritariamente, nel cinema come negli altri campi, a produzioni culturali che facevano apologia del male o, perlomeno, rimettevano gravemente in discussione i valori morali definiti "tradizionali" per convenzione di linguaggio, in una sorta di anarchia istituzionale che si perpetuava attraverso minipantomime il cui carattere ripetitivo non ne smorzava affatto il fascino agli occhi della critica, tanto più che essa facilitava loro la redazione di recensioni stereotipate, classiche, ma che potevano però presentarsi come innovatrici.
sabato 15 dicembre 2007
Den brysomme mannen (The bothersome man)

Avevo conosciuto Jens Lien per Natural glasses, un brevissimo folgorante cortometraggio del 2001 in cui già dimostrava di volersi cimentare con il rapporto tra reale e immaginario, o tra mondo dei sogni e l'inesorabile realtà.
Den brysomme mannen è il secondo lungometraggio di Lien, ed è reduce da vari premi ricevuti in Norvegia oltre che dalla partecipazione alla Semaine de la critique del Festival di Cannes 2006. A me ha ricordato molto Fuori orario di Scorsese, per la sua continua invenzione di situazioni via via surreali, grottesche, inquietanti e anche decisamente paurose.
Essendo sospeso sul bilico dell'immaginazione, non è facile definire (se c'è) un senso compiuto a questo film, anche se si fa strada l'ipotesi della critica alla società caritatevole - tipicamente scandinava - che, cercando di prendersi cura dell'individuo in tutti i momenti della sua vita, ne castrerebbe ogni tentativo di slancio anarchico o anche semplicemente fantasioso. Questo può essere dedotto pure dal titolo, che tradotto (almeno quello inglese..) significa "l'uomo fastidioso".
Tant'è, forse non vale neanche la pena di cercare a tutti i costi un senso razionale nel film, perché la nostra fantasia e attenzione vengono stimolate in modo eccellente da tutte le sue inversioni di marcia, così come dalle magnifiche locations norvegesi ed islandesi, dall'uso diegetico del sonoro e da una regia precisa e perfettamente funzionale al racconto.
Insomma, l'ennesima occasione sprecata dai nostri pusillanimi distributori.
p.s. in Romania, paese che noi italiani ultimamente consideriamo abitato da individui subumani, il film è uscito!
lunedì 3 dicembre 2007
PARANOYD

Arriva a Bologna l'8 e il 9 dicembre PARANOYD, un film indipendente prodotto e diretto in un solo giorno da Giuseppe Amodio e M.Debora Farina. Il film sembra essere una vera chicca per gli amanti del cinema di genere, tanto che si è conquistato vari elogi in giro per il mondo e un ottimo riscontro di pubblico al cinema Detour di Roma, dove è stato in programmazione per una settimana.
Non mi dilungo oltre sul film, dato che c'è il sito che contiene tutte le informazioni d'uopo.
Le proiezioni sono organizzate dal Cineclub Fratelli Marx - di cui faccio parte - e si tengono alla Sala Centofiori, in Via Gorki 16 a Corticella. Attenzione perché l'ingresso della sala è più facilmente raggiungibile dalla rotonda in fondo a Via Byron, dove c'è anche il capolinea dell'autobus n.27.
Orario delle proiezioni: 18.30 e 21.30.
L'ingresso è riservato ai soci del Cineclub e costa soli 3 euro. La tessera associativa, volta a sostenere le attività del Cineclub, costa 5 euro, e a chi la sottoscriverà in quest'occasione verrà totalmente scontato il biglietto di ingresso.
sabato 1 dicembre 2007
Stealing a nation

Diego Garcia è la principale isola dell'arcipelago delle Chagos, nel centro dell'Oceano Indiano, a sud delle Maldive.
John Pilger è un giornalista australiano che fin dai tempi della guerra del Vietnam sforna scomodi reportages sulle malefatte dei governi più potenti della Terra verso le popolazioni più povere e indifese.
John Pilger ha realizzato nel 2004 questo documentario in cui ci racconta, con grande chiarezza e determinazione, la sorte toccata ai circa 2000 abitanti di Diego Garcia e delle Chagos. A seguito di un accordo segreto firmato nel 1965 tra Gran Bretagna e Stati Uniti, a partire dal 1966 e fino al 1973 gli isolani sono stati deportati a Mauritius, con un trattamento neanche riservato agli animali, e lì sistemati in slum fatiscenti privi di acqua ed energia elettrica. Tutto ciò al fine di permettere che gli USA costruissero a Diego Garcia quella che oggi è la loro più imponente base militare all'estero: quattromila militari, testate atomiche, bombardieri a lungo raggio che gli scorsi anni hanno colpito Afghanistan e Iraq nelle guerre di democrazia e civiltà promosse da George W. Bush.
Le Isole Chagos erano fino allora un vero paradiso terrestre, popolato da uomini e donne miti e autosufficienti, alcuni dei quali nell'esilio forzato delle Mauritius sono morti di tristezza. Altri combattono da allora una strenua battaglia legale che ha visto, nel 2000, il riconoscimento delle loro ragioni da parte della High Court di Londra. Ciò nonostante, il governo britannico ha ribadito il divieto a tempo indeterminato a fare ritorno sull'isola, per presunti e ridicoli motivi di pericolosità (innalzamento delle acque dell'oceano causato dal global warming) e di costi eccessivi per la rilocalizzazione degli esiliati.
Andate a vedere il sito della base militare americana e vedrete come loro si sono sistemati per bene, e capirete che nessuno più li smuoverà da lì, e che quelle di Londra sono solo l'ennesima menzogna e l'ennesima calata di braghe di fronte all'arrogante strapotere statunitense (anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa).
Se questa storia vi ha interessato, allora il mio consiglio è di guardarvi questo ottimo documentario, che mantiene viva l'attenzione su questa incredibile sopraffazione.
Etichette: documentari, il corridoio dei film perduti
Pubblicato da siodmak alle 23:13:00
Gian Carlo Fusco - Duri a Marsiglia

Einaudi, 2005
pag.105
Soltanto dopo cena, quando andavano a passeggiare sulla Canebière o sul Quai des Belges, le donne si mettevano qualcosa di più pesante, uno scialle o un golf, sui vestiti d'agosto. I cinema all'aperto erano sempre gremiti. Specialmente l'Arène Monte Cristo, dove si proiettava, fin dalla fine di luglio, Quatorze julliet di René Clair, con Annabella (una delle mie attrici preferite) e Georges Rigaud. Lo andai a vedere due volte. E due volte andai anche al Cinema Italia, a vedere La tavola dei poveri di Alessandro Blasetti, dove giganteggiava la straordinaria personalità di Raffele Viviani. Lungo la pensilina del cinematografo, centinaia di lampadine, spegnendosi e accendendosi, facevano scorrere la scritta pubblicitaria: «Ce film n'est pas plu à Mussolini».
