Bollati Boringhieri, 1994
pag.28
Cinema, Ossi Oswalda. Una fortuna, non capire niente del testo; qui tutti bisbigliano, non appena compaiono le didascalie; un mormorio, un sibilo va per la sala. Questa musica ti rende felice; soltanto un pianoforte, due violini e una viola; tutti brani noti, anche tedeschi, ma in che modo eseguiti! (...) E qui. Il film narrava... non so cosa. Io guardavo solo di tanto in tanto. La musica dei violini mi entrava nel sangue in modo celestiale. Ogni volta che guardavo, Oswalda ne aveva sedotto un altro; aveva rovinato l'amante, l'aveva spinto a spararsi un colpo; con quest'altro... invece fa la santa. Semplici fatti d'amore, le «trame» sono del tutto irrilevanti, si rivedono sempre le stesse situazioni. Questa è la dolce vita.
E che bei giovanotti, che belle ragazze siedono vicino a me, si lasciano incantare dal film, ascoltano invogliati, bramosi di imitazione.
domenica 17 maggio 2009
Alfred Döblin - Viaggio in Polonia
domenica 19 aprile 2009
NIWEMANG - Bahman Ghobadi (2006)
Niwemang è un film pieno di "mescolanze", di intersezioni e sovrapposizioni, ed è anche un film molto mobile, in senso fisico e metaforico.
Vedo di spiegare meglio questo incipit molto criptico. Le "mescolanze" sono davvero tante: innanzitutto a livello produttivo, visto che il film ha una nazionalità estremamente composita, essendo una coproduzione austro-francese-iraniana-irachena, una di quelle ormai comuni operazioni necessarie per permettere la realizzazione di film in paesi che non dispongono di grandi risorse economiche per il cinema e poi soprattutto per dischiudere a questi film una circolazione commerciale nei paesi più importanti (tra i quali ovviamente non c'è l'Italia, in cui Niwemang non è uscito se non alla Festa del Cinema di Roma). A volte queste operazioni produttive danno luogo a film molto standardizzati, pensati appositamente per i festival e per il pubblico d'essai, ma io credo sinceramente che appartenesse più a questo filone un precedente film di Ghobadi che infatti in Italia a suo tempo uscì nelle sale, Il tempo dei cavalli ubriachi.
Niwemang mi sembra molto più originale, meno "etnico" e più moderno, proprio per via di tutte le mescolanze di cui non ho ancora realmente parlato. La più rilevante di esse mi sembra quella che testimonia della condizione di crossover storico e geografico in cui viene collocata la storia: una incredibile, allungatissima genìa di musicisti che viene raccolta dal vecchio Mamo, musicista lui stesso e genitore di tutta la troupe viaggiante su un attrezzatissimo pullman che cercherà di portarli dal Kurdistan iraniano al Kurdistan iracheno, per tenere il primo concerto dopo la fine della guerra e riportare quindi un po' di normalità in quella terra martoriata.
Essendo così "allungata", la famiglia si compone di persone di età molto differenti, dal giovane adulto con pc portatile e collegamento wireless a internet al figlio più anziano che da buon artigiano liutaio vorrebbe starsene in pace nel suo magnifico laboratorio. La famiglia è così un microcosmo di mentalità e atteggiamenti diversi che testimoniano della vorticosa irruzione della modernità nei paesi del Vicino Oriente e della sua mescolanza con la ricca tradizione ancora viva.
Forse anche per assecondare queste diversità, pure il film ha uno stile tutt'altro che lineare, passando di volta in volta da toni di commedia a toni drammatici, alternando anche momenti sospesi di grande realismo ad altri in cui si impongono scelte più rivolte alla rappresentazione del surreale e del sogno. In particolare, trovo molto bergmaniana e decisamente ben fatta la rivelazione che questo viaggio così complesso, irto di ostacoli e di imprevisti, declinerà progressivamente verso la consapevolezza che per Mamo si tratterà del viaggio verso la sua morte. Non solo quindi c'è lo spostamento fisico del gruppo nei quattro paesi in cui è spezzata la terra dei Kurdi (Iran, Azerbaigian, Turchia e Iraq), ma anche l'avvicinamento del capofamiglia, il grande vecchio portatore della tradizione e da tutti conosciuto e rispettato, alla fine dei suoi giorni, come metafora del rischio della scomparsa della tradizione e cultura kurde, minacciate dalla divisione politica e dall'arrivo della modernità.
Forse dalla mia descrizione Niwemang può sembrare un film complesso e pesante; in realtà si tratta di un film, sia pur ricchissimo di temi, dotato di grande freschezza e quindi molto, molto appagante per chi è curioso di vedere luoghi, storie e personaggi diversi dai soliti. Peccato che, essendosi esaurita quella piccola moda del cinema iraniano di Kiarostami e Makhmalbaf, gli acuti distributori italiani abbiano pensato che non valesse la pena di farcelo vedere.
Etichette: film dalle periferie del mondo, il corridoio dei film perduti
Pubblicato da siodmak alle 21:33:00
lunedì 12 gennaio 2009
GREAT WORLD OF SOUND - Craig Zobel (2007)
La Great World of Sound è una piccola casa discografica che cerca in giro per gli States nuovi talenti da lanciare sul mercato. Il suo boss, Shank, può vantare alcune grandi scoperte fatte nel recente passato, testimoniate da una bella collezione di dischi d'oro. Tutto questo, assieme a poche ma chiare strategie di vendita, viene insegnato agli aspiranti talent-scout che faranno capo alla nuova sede distaccata di Charlotte, North Carolina. Tra gli aspiranti talent-scout ci sono Martin, bianco magro biondo calmo e garbato, e Clarence, nero robusto irruento incontenibilmente simpatico, che faranno coppia fissa per valutare le audizioni delle aspiranti star che risponderanno agli annunci della Great World of Sound. Ben presto però Martin e Clarence scoprono che la GWS
non è altro che una meschina truffa, sia nei confronti degli aspiranti cantanti a cui viene richiesto di sborsare 3.000 dollari per la promessa di incidere un disco, sia per loro due, che vedranno ben pochi soldi rispetto a quelli favoleggiati da Shank.
Raccontato così, Great World of Sound sembra essere un film deprimente o di quelli che fanno indignare per una delle solite truffe ai danni dei più ingenui e ottimisti. Invece, pur non mancando questi due aspetti, io l'ho trovato soprattutto delicato e (uso un'allocuzione religiosa e questo un po' mi preoccupa), pieno di grazia. Perché i nostri due eroi non sono completamente ingenui, hanno capito subito il lato truffaldino della loro attività, ma ciò nonostante sono dotati (soprattutto Martin) di un ottimismo e di una convinzione di fondo con i quali cercano onestamente di fare qualcosa di buono per le aspiranti stars, salvo poi mandare tutto a monte quando la situazione diventa insostenibile.
La storia deriva da un'esperienza vera del regista, il cui padre negli anni '70 faceva esattamente il mestiere di Martin e Clarence. Ci dice Zobel di essere ancora stupito che suo padre, che era una brava persona, potesse per professione truffare gli altri sulla loro speranza.
Ma la tenerezza del film deriva soprattutto da una grande trovata di messa in scena: le audizioni che vediamo nel film non sono fatte da attori scelti dal casting, bensì da veri aspiranti cantanti che hanno risposto a finti annunci pubblicati sui giornali. Le scene sono state riprese da video camere nascoste, per cui l'atteggiamento di queste persone è quanto mai naturale, le loro doti artistiche vere o presunte sono quelle loro reali, e le reazioni dei due attori sono spontanee - così come le reazioni di fronte alla richiesta dei 3.000 dollari!
Alla fine di ogni ripresa, la troupe ha raccontato la verità a questi cantanti, che hanno quasi tutti firmato la liberatoria per l'utilizzo nel film delle immagini in cui essi compaiono.
Abbiamo così un film che è sia fiction che documentario e che è soprattutto la dimostrazione di come le buone idee di sceneggiatura e di regia non siano ancora esaurite. Il più è scoprirle: ci sono quelli che dovrebbero fare gli scout di mestiere ma non le vedono mai...
Etichette: documentari, il corridoio dei film perduti
Pubblicato da siodmak alle 23:09:00
domenica 4 gennaio 2009
LADRÓN QUE ROBA A LADRÓN (Joe Menendez, 2005)
Come spesso succede, è quando ti avvicini a un film senza avere grandi aspettative che scopri delle piacevoli sorprese. Questo è stato per me il caso di Ladrón que roba a ladrón, che sospettavo veramente potesse essere una gran boiata. In verità i primi minuti di film mi stavano confermando questo sospetto: attori bellocci e palestrati, messa in scena senza pretese e fotografia molto piatta stavano facendomi pensare a un sotto-sottoprodotto hollywoodiano. Però poi strada facendo il film migliora molto, e alla fine mi ha lasciato piacevolmente spensierato, con un lieve retrogusto di satira sociale.
Si tratta infatti di un tipico heist-movie (alla Colpo grosso oppure Ocean's 11-12-13, per intenderci), costellato di tutti gli inconvenienti e le sorprese che devono spuntare in un film di questo genere, con la differenza sostanziale che il colpo è architettato e realizzato da un gruppo di latinos residenti in California ai danni di un altro latino ex-collega di furti che si sta facendo montagne di soldi truffando i poveracci, ancora soprattutto latinos, con la pubblicità e la
vendita televisiva di presunti farmaci e prodotti curativi. Una specie di Robin Hood latini quindi, con un fondo di semplice moralismo ma anche con una buona e giusta dose di presa in giro della stupidità yankee e del sistema di marketing basato sui media.
Al di là di analisi socio-politiche che in questo caso sono forse eccessive, visto la caratteristica di puro entertainment del film, è comunque interessante osservare che inizia a esistere una produzione statunitense di film prodotti e realizzati da cast e attori di provenienza latina, e destinati in prima battuta al pubblico di lingua ispanica. Non a caso infatti il simpatico gruppo di ladroni è composto d un mélange di nazionalità (argentini, cubani, colombiani, messicani), che ci dà l'immagine di quanto sia variegato il fenomeno dell'immigrazione latina negli USA e come, furbescamente, il film strizzi l'occhio proprio a loro. Ma dopo tante ditate negli occhi da parte delle potenti major di Hollywood, questa è una trovata che si può perdonare volentieri.
mercoledì 24 dicembre 2008
Il passo della tigre - Rolo Diez
Marco Tropea Editore, 2003
pagg.215-216
In strada si ricordò di Castro. Lo maledisse con tutte le sue forze, come se fosse colpa del Giustiziere se lo avevano portato in un cinema per non disturbare, e andò a recuperarlo.
Taxi fino al cinema. Pagare l'ingresso. Cercare nella sala buia. Disturbare gli spettatori. Sentire fischi e voci di protesta: «Ehi grassone, non sei mica trasparente!». E lui un po' disperato e abbastanza stufo, in un tono ancora più alto: «Castro! Giustiziere! Sono Chevelyn. Rispondimi!». Orgia di battute salaci in sala, prese in giro, risa, voci
flautate. «Sono qui. Cosa vuoi, caro? Cercami. Prendimi. Sto venendo». Dall'altra parte, voci furiose di quelli che volevano vedere il film: «Idioti. Razza di coglioni. Deficienti. Zitti, imbecilli!». In mezzo all'assemblea, il grido di Castro: «Sono qui, Chevelyn! Tu, dove sei?». Il casino infuriava sempre più. Scontri verbali tra le voci flautate e quelle belligeranti. Chevelyn batteva in ritirata, urlando: «Ti aspetto fuori. Esci subito, Castro».
D'improvviso tutta la sala si mise a vociare. Chevelyn si diresse verso l'uscita inseguito da lattine di bibite, per la maggior parte vuote, da caramelle e pop corn, da un mezzo pasticcino che gli finì spiaccicato contro la nuca. E quando ebbe rivisto la luce del giorno e Castro che arrivava di corsa, allora sì, fu il momento della vendetta per Chevelyn che, rientrato in sala, esclamò: «Viva Hernán Cortés! Viva Kiki Camarena! Hugo Sanchez non è degno neppure di pulire le scarpe a Maradona!». Poi, uscì in tutta fretta, perché il proiezionista aveva illuminato la sala e perché al grido di «Massacriamoli!» venti individui si erano lanciati dalle loro poltrone, e persino quello che staccava i biglietti alla porta aveva cercato di sbarrargli il passo, ma Chevelyn lo buttò per terra con uno spintone, afferrò la mano del Giustiziere e con lui si dileguò a gran velocità.
lunedì 15 dicembre 2008
L'interpretazione socialista di Jacques Brel
Il link associato al titolo porta ad un eccellente articolo su Jacques Brel che ho trovato oggi nel World Socialist Web Site, cioè niente meno che il sito del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale.
Per fortuna che c'è qualcuno che ancora ricorda i messaggi anticonformisti, antiborghesi, anticlericali e libertari che il grande Jacky ha gridato al mondo dal 1955 al 1977.
Al di là della lettura politica, l'articolo è anche un'ottima sintesi del percorso umano e artistico di Brel, e in quanto tale può essere una perfetta introduzione per chi non lo conoscesse o volesse conoscerlo meglio. L'articolo è in inglese, ma molto fluido e semplice.
sabato 13 dicembre 2008
MR.UNTOUCHABLE (Marc Levin, 2007)
Un altro pezzo della ricchissima storia criminale degli Stati Uniti, argomento che da sempre è di cassetta per la produzione di racconti, romanzi, fumetti e film. Si tratta perlopiù, come in questo caso, di aspettare quella ventina d'anni affinché alcuni dei protagonisti possano uscire di carcere e raccontare in prima persona la loro storia, ovvero la costituzione, l'ascesa e la caduta di un gruppo di trafficanti di droga nella New York degli anni '70 e '80'.
Un gruppo di uomini di colore - il primo importante gruppo di trafficanti di colore - che, capeggiato da Leroy "Nicky" Barnes (il Mr. Untouchable del titolo) divenne talmente potente da essere rispettato anche dalla mafia italo-americana.
Oltre che molto raccontato nella fiction, anche nello specifico del documentario la biografia dei criminali sta diventando una sorta di sottogenere, dato che esistono altri film (penso ad esempio a Cocaine cowboys) che molto recentemente hanno trattato lo stesso argomento.
Per questo motivo, non si può dire che Mr.Untouchable sia un film molto originale; i suoi pregi vanno perciò ricercati altrove, in particolare nella costruzione molto sciolta, che alterna con bel ritmo le immagini d'epoca con le testimonianze odierne, e nella colonna sonora ottimamente scelta tra la vasta produzione di black music degli anni '70. Del resto, per un documentario è ormai un sinonimo di qualità vedere la presenza tra i produttori di Alex Gibney (Enron, Taxi to the dark side, No end in sight sono alcuni dei film che ha diretto o prodotto).
Etichette: documentari, il corridoio dei film perduti
Pubblicato da siodmak alle 23:26:00
