martedì 11 agosto 2009

LE FAR WEST - Jacques Brel (1973)

Sarebbe veramente troppo facile sparare a zero su Le Far West, il secondo e ultimo film scritto e diretto e ovviamente interpretato da Jacques Brel.

Le Far West è l'episodio che ha messo fine alla carriera cinematografica di Brel, ed è quasi riuscito a mettere fine alla sua carriera artistica tout-court, se non fosse che l'irrefrenabile desiderio di esprimersi lo ha portato a registrare nel 1977 il suo ultimo omonimo album.

Le ragioni di questo allontanamento stanno nell'ostilità con cui sia pubblico che critica hanno accolto il film, che peraltro portava con sé un livello di attesa piuttosto alto, dopo il suo inserimento nella selezione ufficiale del Festival di Cannes del 1973 e l'ottimo esordio alla regia nel 1972 con Franz.

Si sa che più alta è l'attesa verso un film, più cocente è la delusione quando la sua accoglienza è negativa, ma a parte questo Le Far West presenta effettivamente una serie di errori e di incomprensioni che da un lato in parte giustificano il trattamento ricevuto, dall'altro ne hanno reso un oggetto misterioso e da tutti dimenticato su cui vale la pena tornare a riflettere.

Io credo che Jacques Brel avesse un talento potenziale anche per la regia e la recitazione; non certo al livello inarrivabile di cantante, poeta e performer mostrato durante la sua carriera musicale, ma probabilmente un talento superiore alla media. Il problema è stato che nel cinema Brel non ha trovato i Rauber e Jouannest che, incontrati alla fine degli anni '50, gli hanno fatto spiccare il volo nel mondo della chanson. Detto in altri termini, Brel aveva secondo me bisogno, sia come sceneggiatore che come regista (e anche come attore) di un partner più esperto o semplicemente più severo che ne disciplinasse e controllasse l'immensa capacità creativa. Mancando questo, viene a mancare (come appunto in Le Far West) la capacità di trovare un linguaggio e una misura del gesto registico e interpretativo necessari per comunicare al meglio il senso del racconto.

Troviamo così in Le Far West innanzitutto un grosso errore 'tattico' di scrittura: il film inizia con i personaggi già perfettamente delineati, e tali personaggi (mi riferisco ai 3 protagonisti; Jack, Gabriel e Lina) non cambieranno di una virgola durante tutto il film; questo fa sì che venga a mancare totalmente l'effetto di sorpresa o di attenzione verso la trama, perché e chiaro fin da subito che ci troviamo di fronte a personaggi donchisciotteschi che porteranno avanti testardamente la loro missione senza cambiare il mondo e senza venirne cambiati. Credo che almeno un accenno all'esistenza anteriore dei protagonisti, un loro anche minimo dettaglio psicologico, avrebbe giovato molto all'interesse del pubblico. A peggiorare le cose è la costruzione frammentata della trama, nel senso che la storia, già di per sé molto esile, prosegue solo a forza di episodi, ognuno solo debolmente legato agli altri e presentato in sequenza, quasi come fossero canzoni che compongono un album. Non è un caso che a mio avviso sia il finale la parte migliore del film, quando finalmente gli episodi si intrecciano e vanno avanti in parallelo usando un linguaggio cinematografico adeguato dato dall'uso del montaggio alternato. Per finire, non migliora la situazione lo stile abbondantemente in uso nel cinema medio degli anni '70, che oggi in molte situazioni appare piuttosto stucchevole e ridondante.

Ciò detto, non posso però limitarmi a un cahier de doléances, perché da conoscitore e appassionato di Brel non posso non scorgere gli elementi di interesse di questo film. Intanto, chi conosce bene Brel trova disseminati lungo il film alcuni degli elementi caratterizzanti la sua opera artistica e la sua vita personale: dalla ripetuta citazione di Don Chisciotte a certe battute sul Belgio che solo Brel poteva permettersi, per finire con le numerose riprese fatte dall'aereo, che in quegli anni era il suo passatempo preferito, così frequentato che doveva avergli evidentemente 'imposto' di usare con abbondanza il particolare punto di vista aereo per le riprese. Da questo si deduce tra l'altro che il film è sicuramente costato parecchi soldi (ci sono anche delle demolizioni di edifici non piccoli appositamente realizzate) e quindi che il suo fallimento non è stato solo artistico ma anche commerciale.

Ma il riferimento più importante e più ovvio è quello relativo al discorso sull'infanzia. L'infanzia è stato uno dei temi delle canzoni di Brel, non quello che ha più frequentato ma senz'altro uno di quelli che ne hanno maggiormente marcato la distanza di qualità poetica nei confronti della generalità degli altri cantautori. In Le Far West i personaggi sono tutti adulti, alcuni addirittura anziani, ma lo sono solo anagraficamente, perché le cose che fanno e che dicono li caratterizzano come bambini, o come adulti non cresciuti; si aggregano tra di loro semplicemente per simpatia e vanno alla ricerca del loro Far West e dell'oro in esso nascosto proprio come un gruppo di bambini (di quelli di qualche decennio fa, certo!) andava all'avventura negli squarci di terreno incolto ai bordi delle città o all'interno dei palazzi in costruzione.

Le Far West è quindi interamente costruito sul concetto tipicamente breliano che l'infanzia è il periodo della vita in cui gli individui si formano il proprio immaginario, i propri sogni e obiettivi di vita ma che una volta arrivati all'età adulta tutto ciò dovrà essere messo nel cassetto e chiuso a chiave perché non potrà in alcun modo far parte della vita delle persone adulte. Contro questo concetto Brel furiosamente combatteva scrivendo i suoi testi e con le dichiarazioni rilasciate nelle interviste. Quello che per tutti si può considerare come la normalizzazione dell'età adulta, per Brel invece è la perdita della sincerità, del sogno, della purezza infantile, della capacità di stare assieme agli altri, e bisogna quindi che apra gli occhi e si dia da fare per cercare di riconquistare la propria essenza perduta.

Se non si comprende e non si accetta questo pensiero è impossibile anche minimamente apprezzare un film come Le Far West. Ed è proprio qui il punto: come può un pubblico di adulti come siamo praticamente tutti noi, che sopravviviamo avendo archiviato i nostri sogni, immedesimarsi nei personaggi del film o anche semplicemente assecondarne i dialoghi e le azioni? È questa la grande sfida - clamorosamente perduta - posta da Jacques Brel in questo film: convincere le persone che col passare degli anni hanno dimenticato l'innocenza e la purezza dell'infanzia, almeno per gli 85 minuti di durata di Le Far West, a tornare a pensare come un bambino, agire come un bambino, avere la stessa capacità di stupirsi, di indignarsi e di creare sogni che solo un bambino può avere.

Questi sono concetti che Jacques Brel riusciva splendidamente a trasmettere nei tre minuti di tempo di una canzone, con la sua voce e presenza scenica e con il solo aiuto dei musicisti di supporto. La realizzazione di un film, e soprattutto la creazione di un linguaggio cinematografico che sia in grado di realizzare l'ambizione di Brel, ovvero rappresentare i concetti e i pensieri più che le azioni, sono però opera molto più complessa che non può poggiare sulle spalle di un uomo solo. Quindi Le Far West è, e temo sarà sempre di più, un film destinato al circolo ristretto di sognatori irrecuperabili e di incondizionati appassionati di Jacques Brel.

martedì 4 agosto 2009

un pensiero per Michael Jackson


Avendo passato una settimana in montagna dove sono stato esposto all'abitudine familiare di passare in rassegna tutti i telegiornali dell'ora di pranzo e dell'ora di cena, telegiornali nei quali si continua a mantenere una forte attenzione sul caso della morte di Michael Jackson, ho deciso di dedicare all'ambigua popstar una citazione di Jacques Brel:

"Attualmente, un grande artista è un artista che vende molti dischi. Tutto ciò è una vera fandonia, ed è profondamente disonesto".

domenica 19 luglio 2009

LES LIENS DE SANG - Jacques Maillot (2008)

Sarà perché la generazione (o meglio la coorte, se vogliamo usare il termine demografico corretto) che è più attiva in questi anni è quella che allora viveva i suoi anni giovanili e infantili, sarà perché stiamo arrivando alla giusta distanza per avere uno sguardo distaccato, o anche perché molti dei protagonisti di allora non sono più in vita, fatto sta che è cresciuto molto l'interesse verso gli anni '70, nel cinema e nella società, in Italia così come un po' in tutto il mondo.

Io fortunatamente mi inserisco nella prima delle tre motivazioni succitate, e sarà certamente per quello che, da un po' di tempo a questa parte, quando mi trovo a guardare un film girato o ambientato negli anni '70 vengo rapito da un bel sentimento di malinconia. Di malinconia e di tenerezza, facilmente stimolate dal ricordo dei vestiti, delle acconciature, delle automobili, dei cibi, degli ambienti, tutte cose che viste al giorno d'oggi appaiono così artigianali e quindi così umane in confronto alla digitalizzazione e alla standardizzazione imperante oggidì.

Per parlare degli anni '70 ci vorrebbe un libro intero, altro che un post, e in fondo io vorrei parlare solo di un film; mi limiterò a concludere il preambolo affermando che negli anni '70 c'è stato molto più di buono di quanto ci è sempre stato raccontato dagli anni '80 a oggi.

Certo, perché l'immagine che si è data dai media agli anni '70 è quella degli anni di piombo, che hanno certamente molto pesato in Italia e in Germania. In Francia non si sono verificati a mia memoria grandi episodi di terrorismo, ma evidentemente c'erano casi di criminalità comune molto aggressiva e violenta che sono rimasti impressi nell'immaginario collettivo. Suppongo quindi che sia per questo che a breve distanza dal film in due parti dedicato al bandito Mesrine è uscito anche questo, decisamente migliore, film dedicato a un altro incorreggibile bandito dalla pistola facile e senza paura di poliziotti e bande rivali.

In Italia questo film non è arrivato, perché la qualità è ormai il secondo (quando va bene) criterio di scelta dei distributori: Mesrine aveva come protagonista Vincent Cassel (che in Italia è non tanto un buonissimo attore quanto piuttosto il marito della Bellucci), lo hanno anche mandato a Sanremo a pubblicizzare il film, ma tutto questo non è servito ad abbindolare il pubblico, che dopo il primo weekend ha disertato le sale che lo programmavano (e quindi ovviamente il secondo episodio ha avuto incassi miserrimi).

Qual è la differenza tra questi due film? Mesrine è solamente un'americanata, un action movie senza passione alcuna: solo sparatorie, scopate e scazzottate che annoiano mortalmente già dopo 10 minuti. Les liens de sang contiene sparatorie, scopate e scazzottate ma è pieno anche di sentimento e di nostalgia verso quel periodo così ricco di fascino. E poi la trama è molto più articolata, potendo giocare con una certa astuzia sul rapporto tra fratello bandito e fratello poliziotto, ripresentando in maniera non pedissequa il tema dell'attrazione latente reciproca tra guardie e ladri (e, meno latente, verso le compagne di guardie e ladri) tanto caro anche al grande James Ellroy.

Non so se i personaggi narrati dal film siano come Mesrine realmente esistiti, né ho verificato se il regista Jacques Maillot sia un mio coetaneo con affinità di sentimenti verso gli anni '70, sono fatti che non cambierebbero il mio giudizio del film, che vive benissimo di vita propria anche senza queste informazioni. Soprattutto non sarebbero in grado di placare la mia nostalgia verso quegli anni perduti e la mia ammirazione verso paesi come la Francia che ci battono alla grande nel cinema e non solo in quello.

domenica 17 maggio 2009

Alfred Döblin - Viaggio in Polonia

Bollati Boringhieri, 1994

pag.28

Cinema, Ossi Oswalda. Una fortuna, non capire niente del testo; qui tutti bisbigliano, non appena compaiono le didascalie; un mormorio, un sibilo va per la sala. Questa musica ti rende felice; soltanto un pianoforte, due violini e una viola; tutti brani noti, anche tedeschi, ma in che modo eseguiti! (...) E qui. Il film narrava... non so cosa. Io guardavo solo di tanto in tanto. La musica dei violini mi entrava nel sangue in modo celestiale. Ogni volta che guardavo, Oswalda ne aveva sedotto un altro; aveva rovinato l'amante, l'aveva spinto a spararsi un colpo; con quest'altro... invece fa la santa. Semplici fatti d'amore, le «trame» sono del tutto irrilevanti, si rivedono sempre le stesse situazioni. Questa è la dolce vita.
E che bei giovanotti, che belle ragazze siedono vicino a me, si lasciano incantare dal film, ascoltano invogliati, bramosi di imitazione.

domenica 19 aprile 2009

NIWEMANG - Bahman Ghobadi (2006)

Niwemang è un film pieno di "mescolanze", di intersezioni e sovrapposizioni, ed è anche un film molto mobile, in senso fisico e metaforico.
Vedo di spiegare meglio questo incipit molto criptico. Le "mescolanze" sono davvero tante: innanzitutto a livello produttivo, visto che il film ha una nazionalità estremamente composita, essendo una coproduzione austro-francese-iraniana-irachena, una di quelle ormai comuni operazioni necessarie per permettere la realizzazione di film in paesi che non dispongono di grandi risorse economiche per il cinema e poi soprattutto per dischiudere a questi film una circolazione commerciale nei paesi più importanti (tra i quali ovviamente non c'è l'Italia, in cui Niwemang non è uscito se non alla Festa del Cinema di Roma). A volte queste operazioni produttive danno luogo a film molto standardizzati, pensati appositamente per i festival e per il pubblico d'essai, ma io credo sinceramente che appartenesse più a questo filone un precedente film di Ghobadi che infatti in Italia a suo tempo uscì nelle sale, Il tempo dei cavalli ubriachi.

Niwemang mi sembra molto più originale, meno "etnico" e più moderno, proprio per via di tutte le mescolanze di cui non ho ancora realmente parlato. La più rilevante di esse mi sembra quella che testimonia della condizione di crossover storico e geografico in cui viene collocata la storia: una incredibile, allungatissima genìa di musicisti che viene raccolta dal vecchio Mamo, musicista lui stesso e genitore di tutta la troupe viaggiante su un attrezzatissimo pullman che cercherà di portarli dal Kurdistan iraniano al Kurdistan iracheno, per tenere il primo concerto dopo la fine della guerra e riportare quindi un po' di normalità in quella terra martoriata.
Essendo così "allungata", la famiglia si compone di persone di età molto differenti, dal giovane adulto con pc portatile e collegamento wireless a internet al figlio più anziano che da buon artigiano liutaio vorrebbe starsene in pace nel suo magnifico laboratorio. La famiglia è così un microcosmo di mentalità e atteggiamenti diversi che testimoniano della vorticosa irruzione della modernità nei paesi del Vicino Oriente e della sua mescolanza con la ricca tradizione ancora viva.

Forse anche per assecondare queste diversità, pure il film ha uno stile tutt'altro che lineare, passando di volta in volta da toni di commedia a toni drammatici, alternando anche momenti sospesi di grande realismo ad altri in cui si impongono scelte più rivolte alla rappresentazione del surreale e del sogno. In particolare, trovo molto bergmaniana e decisamente ben fatta la rivelazione che questo viaggio così complesso, irto di ostacoli e di imprevisti, declinerà progressivamente verso la consapevolezza che per Mamo si tratterà del viaggio verso la sua morte. Non solo quindi c'è lo spostamento fisico del gruppo nei quattro paesi in cui è spezzata la terra dei Kurdi (Iran, Azerbaigian, Turchia e Iraq), ma anche l'avvicinamento del capofamiglia, il grande vecchio portatore della tradizione e da tutti conosciuto e rispettato, alla fine dei suoi giorni, come metafora del rischio della scomparsa della tradizione e cultura kurde, minacciate dalla divisione politica e dall'arrivo della modernità.

Forse dalla mia descrizione Niwemang può sembrare un film complesso e pesante; in realtà si tratta di un film, sia pur ricchissimo di temi, dotato di grande freschezza e quindi molto, molto appagante per chi è curioso di vedere luoghi, storie e personaggi diversi dai soliti. Peccato che, essendosi esaurita quella piccola moda del cinema iraniano di Kiarostami e Makhmalbaf, gli acuti distributori italiani abbiano pensato che non valesse la pena di farcelo vedere.

lunedì 12 gennaio 2009

GREAT WORLD OF SOUND - Craig Zobel (2007)

La Great World of Sound è una piccola casa discografica che cerca in giro per gli States nuovi talenti da lanciare sul mercato. Il suo boss, Shank, può vantare alcune grandi scoperte fatte nel recente passato, testimoniate da una bella collezione di dischi d'oro. Tutto questo, assieme a poche ma chiare strategie di vendita, viene insegnato agli aspiranti talent-scout che faranno capo alla nuova sede distaccata di Charlotte, North Carolina. Tra gli aspiranti talent-scout ci sono Martin, bianco magro biondo calmo e garbato, e Clarence, nero robusto irruento incontenibilmente simpatico, che faranno coppia fissa per valutare le audizioni delle aspiranti star che risponderanno agli annunci della Great World of Sound. Ben presto però Martin e Clarence scoprono che la GWS non è altro che una meschina truffa, sia nei confronti degli aspiranti cantanti a cui viene richiesto di sborsare 3.000 dollari per la promessa di incidere un disco, sia per loro due, che vedranno ben pochi soldi rispetto a quelli favoleggiati da Shank.
Raccontato così, Great World of Sound sembra essere un film deprimente o di quelli che fanno indignare per una delle solite truffe ai danni dei più ingenui e ottimisti. Invece, pur non mancando questi due aspetti, io l'ho trovato soprattutto delicato e (uso un'allocuzione religiosa e questo un po' mi preoccupa), pieno di grazia. Perché i nostri due eroi non sono completamente ingenui, hanno capito subito il lato truffaldino della loro attività, ma ciò nonostante sono dotati (soprattutto Martin) di un ottimismo e di una convinzione di fondo con i quali cercano onestamente di fare qualcosa di buono per le aspiranti stars, salvo poi mandare tutto a monte quando la situazione diventa insostenibile.
La storia deriva da un'esperienza vera del regista, il cui padre negli anni '70 faceva esattamente il mestiere di Martin e Clarence. Ci dice Zobel di essere ancora stupito che suo padre, che era una brava persona, potesse per professione truffare gli altri sulla loro speranza.
Ma la tenerezza del film deriva soprattutto da una grande trovata di messa in scena: le audizioni che vediamo nel film non sono fatte da attori scelti dal casting, bensì da veri aspiranti cantanti che hanno risposto a finti annunci pubblicati sui giornali. Le scene sono state riprese da video camere nascoste, per cui l'atteggiamento di queste persone è quanto mai naturale, le loro doti artistiche vere o presunte sono quelle loro reali, e le reazioni dei due attori sono spontanee - così come le reazioni di fronte alla richiesta dei 3.000 dollari!
Alla fine di ogni ripresa, la troupe ha raccontato la verità a questi cantanti, che hanno quasi tutti firmato la liberatoria per l'utilizzo nel film delle immagini in cui essi compaiono.
Abbiamo così un film che è sia fiction che documentario e che è soprattutto la dimostrazione di come le buone idee di sceneggiatura e di regia non siano ancora esaurite. Il più è scoprirle: ci sono quelli che dovrebbero fare gli scout di mestiere ma non le vedono mai...

domenica 4 gennaio 2009

LADRÓN QUE ROBA A LADRÓN (Joe Menendez, 2005)

Come spesso succede, è quando ti avvicini a un film senza avere grandi aspettative che scopri delle piacevoli sorprese. Questo è stato per me il caso di Ladrón que roba a ladrón, che sospettavo veramente potesse essere una gran boiata. In verità i primi minuti di film mi stavano confermando questo sospetto: attori bellocci e palestrati, messa in scena senza pretese e fotografia molto piatta stavano facendomi pensare a un sotto-sottoprodotto hollywoodiano. Però poi strada facendo il film migliora molto, e alla fine mi ha lasciato piacevolmente spensierato, con un lieve retrogusto di satira sociale.
Si tratta infatti di un tipico heist-movie (alla Colpo grosso oppure Ocean's 11-12-13, per intenderci), costellato di tutti gli inconvenienti e le sorprese che devono spuntare in un film di questo genere, con la differenza sostanziale che il colpo è architettato e realizzato da un gruppo di latinos residenti in California ai danni di un altro latino ex-collega di furti che si sta facendo montagne di soldi truffando i poveracci, ancora soprattutto latinos, con la pubblicità e la vendita televisiva di presunti farmaci e prodotti curativi. Una specie di Robin Hood latini quindi, con un fondo di semplice moralismo ma anche con una buona e giusta dose di presa in giro della stupidità yankee e del sistema di marketing basato sui media.
Al di là di analisi socio-politiche che in questo caso sono forse eccessive, visto la caratteristica di puro entertainment del film, è comunque interessante osservare che inizia a esistere una produzione statunitense di film prodotti e realizzati da cast e attori di provenienza latina, e destinati in prima battuta al pubblico di lingua ispanica. Non a caso infatti il simpatico gruppo di ladroni è composto d un mélange di nazionalità (argentini, cubani, colombiani, messicani), che ci dà l'immagine di quanto sia variegato il fenomeno dell'immigrazione latina negli USA e come, furbescamente, il film strizzi l'occhio proprio a loro. Ma dopo tante ditate negli occhi da parte delle potenti major di Hollywood, questa è una trovata che si può perdonare volentieri.