Non proprio così vicino, ma comunque in ottima posizione.
Per la cronaca, si è trattato di Carousel: The Songs of Jacques Brel, un concerto in omaggio a Jacques Brel che si è tenuto alla Barbican Hall di Londra giovedì scorso, il 22 ottobre.
Questa qui sopra è Camille O'Sullivan, a mio giudizio la migliore interprete della serata. Sì, perché nel corso del concerto si sono avvicendati sei diversi interpreti, nell'ordine: Momus, Arthur H., Diamanda Galas, Camille O'Sullivan, Arno e Marc Almond, con il gran finale di Jacky cantata a tre da Almond, O'Sullivan e Momus, come si vede qui sotto:
Un altro brano dei migliori è stato I'm coming cantato da Marc Almond, non solo per la sua interpretazione ma anche - ed è strettamente connesso - per la introduzione estremamente personale che l'ha preceduto, e che si può ascoltare all'inizio del video:
Nessuno ha ancora postato i video delle canzoni di Diamanda Galas, probabilmente perché i fan più ortodossi di Jacques Brel sono inorriditi alle sue interpretazioni così estreme e destrutturate. Io trovo che certe canzoni di Brel (tra cui proprio quelle che la Galas ha cantato) si possono prestare bene al suo stile dark; sono piuttosto inorridito al suo francese, quello sì veramente terrificante.
Bene, chiudo in bellezza ancora con Camille e la sua travolgente e commovente interpretazione di Au suivant, una delle canzoni più intense, dissacranti, oltraggiose e moderne di Brel, sicuramente tra le mie più amate.
lunedì 26 ottobre 2009
qui c'ero anch'io
lunedì 28 settembre 2009
Michel Foucault e il nostro Presidente del Consiglio...
... sicuramente non si sono mai incontrati, anzi dubito che Burlesqoni sappia chi sia Michel Foucault, al massimo potrà azzardare che è il centravanti del Paris St. Germain. Ma il loro punto di congiunzione mi è balenato leggendo un famoso e ancora oggi interessante libro del filosofo francese: Sorvegliare e punire - Nascita della prigione, che si può agevolmente trovare in edizione tascabile di Einaudi.
In questo libro, Foucault ripercorre e interpreta la storia dei criteri punitivi utilizzati verso i criminali, a partire dalle esecuzioni e punizioni inflitte sulla pubblica piazza che caratterizzavano l'ancien régime per passare, a seguito delle sollecitazioni provenienti dal celebre Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria e dalle spinte illuministiche originanti e seguenti la Rivoluzione del 1789, verso il regime carcerario. Modalità di punizione diametralmente opposte che dipendono essenzialmente, secondo Foucault, da un diverso modo di esercitare il potere, diventato non meno severo ma semplicemente più razionale.
A pag.143 del mio libro, Foucault sintetizza molto chiaramente i tre stadi di questa evoluzione. E leggendo come descrive il primo di questi stadi, quello relativo al monarca assoluto, non ho potuto evitare di fare un'associazione con le strategie che il nostro Presidente del Consiglio sta mettendo in atto in questi giorni per far tacere la stampa a lui contraria.
Con una larga schematizzazione, possiamo dire che, nel diritto monarchico, la punizione è un cerimoniale di sovranità; utilizza i marchi rituali della vendetta che applica sul corpo del condannato e ostenta agli occhi degli spettatori un effetto di terrore tanto più intenso quanto più discontinuo, irregolare e sempre al di sopra delle sue proprie leggi, è la presenza fisica del sovrano e del suo potere.
Ci sono almeno tre termini che consentono una perfetta identificazione tra quanto scritto da Foucault e la nostra disperata situazione attuale: vendetta, spettatori e al di sopra delle sue proprie leggi. Anche se non esiste un condannato (almeno per adesso, ma ciò sotto un certo aspetto è anche peggio), il resto coincide con grande precisione: Burlesqoni vuole chiaramente mettere in atto una vendetta, vuole consumarla in pubblico davanti a spettatori che non sono più quelli delle piazze cittadine bensì quelli delle ben più ampie piazze telegiornalistiche e per ottenere questo suo scopo se ne frega altamente delle leggi, quando va bene se le fa abrogare. Ne consegue, per un evidente sillogismo, che il nostro non è un Presidente del Consiglio ma è un sovrano.
Proseguiamo leggendo come Foucault descrive gli altri due stadi del sistema punitivo:
Nel progetto dei giuristi riformatori, la punizione è una procedura per riqualificare gli individui come soggetti di diritto; essa utilizza non dei marchi, ma dei segni, degli insiemi codificati di rappresentazioni, e di questi, la scena del castigo deve assicurare la circolazione più rapida e l'accettazione più universale possibile. Infine, nel progetto di istituzione carceraria che viene elaborato, la punizione è una tecnica di coercizione degli individui; essa pone in opera dei processi di addestramento del corpo - non dei segni - con le tracce che questo lascia, sotto forma di abitudini, nel comportamento; essa suppone la messa in opera di un potere specifico di gestione della pena.
Qui siamo già piuttosto lontani dai comportamenti e dalle intenzioni del nostro Presidente: la scelta della reclusione comprende infatti assieme al carattere punitivo anche un fine educativo, rivolto sia al condannato (che ha la possibilità di riflettere sulle proprie azioni e di valutarne il minore vantaggio rispetto alla pena subita) che alla comunità, che vede nella pena inflitta un deterrente verso i propri istinti criminali e un esercizio del potere che dovrebbe essere non solo inesorabile ma anche umano, che lascia ai colpevoli la possibilità di redimersi. Ne risulta che nel testo sopra citato ci sono almeno tre parole che nel loro significato più profondo sono molto distanti dal pensiero e dalle azioni di Burlesqoni: diritto, universale, gestione.
Per finire, Foucault mette in parallelo i tratti caratteristici di queste tre modalità di esercizio del potere punitivo (tre tecnologie di potere, come le definirà più avanti), così rafforzando la chiarezza della sua esposizione (gli a capo sono miei):
Il sovrano e la sua forza, il corpo sociale, l'apparato amministrativo.
Il marchio, il segno, la traccia.
La cerimonia, la rappresentazione, l'esercizio.
Il nemico vinto, il soggetto di diritto in via di riqualificazione, l'individuo assoggettato ad una coercizione immediata.
Il corpo suppliziato, l'anima di cui si manipolano le rappresentazioni, il corpo che viene addestrato.
Duecentoventi anni fa, il passaggio dall'esecuzione in piazza all'esecuzione nascosta al pubblico e poi alla reclusione era stato l'evidenza di un progresso umanistico e filosofico che aveva condizionato l'esercizio del potere, che da allora in poi gradualmente passerà da potere assoluto a potere democratico. Oggi mi sembra che stiamo tornando un po' indietro... cosa ci vuole ancora per svegliarsi?
domenica 6 settembre 2009
VIDEOCRACY - Erik Gandini (2009)
Per una volta contravvengo alla mia regola di parlare in questo blog solo di film, libri, cose del passato che bisogna secondo me ricordare e parlo invece di un film appena uscito e molto discusso già prima dell'uscita in sala.
Il motivo per cui ne parlo è che penso, dopo avere visto il film, che si tratta di uno di quei film che serviranno a tenere salda nel tempo la memoria di questi tempi bui che stiamo vivendo qui in Italia. Nella speranza che tra pochi anni si possa ripensare al 2009 con il sospiro di sollievo di chi si è lasciato alle spalle il peggio, e magari da quel peggio ha imparato a stare meglio. Ma dato che quello che una volta era inimmaginabile oggi ci è sempre più indifferente, meglio non farsi troppe illusioni.
Venendo a Videocracy: Gandini (presente in sala ma purtroppo solo prima dell'inizio della proiezione) ha ricordato giustamente che ha realizzato il film pensando al pubblico svedese, o comunque a un pubblico non italiano. Questo è importante da sapere, perché il pubblico italiano un po' più avveduto (che dovrebbe essere quello che va a vedere Videocracy) non si stupisce più di tanto a quello che vede nel film, sono cose purtroppo già note e risapute, anche se la loro accumulazione provoca indubbiamente un senso di orrore.
Guardando con un po' di distacco, si capisce come secondo me Gandini abbia centrato in pieno il nocciolo della situazione italiana e il modo con cui raccontarla: la sinergia tra potere politico e potere mediatico che si rafforzano l'un l'altro mediante la progressiva ebetizzazione degli italiani e la scelta di soli tre testimonial che però dicono tutto e rappresentano le tre figure, i tre ruoli di questo "gioco": il burattinaio, il frontman e la vittima consenziente. Dietro di loro, sopra di loro, ovunque, colui che più di tutti da 15 anni sta raccogliendo i frutti di questo gioco, ovvero l'attuale presidente del consiglio (il cui nome è bandito in questo blog).
I tre personaggi sono rispettivamente il manager Lele Mora, il bad boy Fabrizio Corona e l'aspirante personaggio televisivo Ricky. Non mi va di parlare dei primi due perché rappresentano quella tipologia di persone che vorrei scomparissero immediatamente dalla faccia della terra, che tutti a parole disprezzano ma in realtà invidiano. Mi interessa di più Ricky, che rappresenta in maniera perfetta il tipo di italiano che è sempre più maggioranza: buon ragazzo, ignorante al punto giusto da dedicare alla televisione tutte le sue aspirazioni, rovinato da una madre castratrice così terribilmente tipica della nostra 'sana' Italia e così deleteria per la crescita umana e morale delle nuove generazioni. Questa è l'Italia che il potere mediatico e politico ha sfruttato e ha allargato, garantendosi così una rendita di posizione politica ed economica per chissà quanti anni ancora. La storia è sempre la solita da secoli: alcune sopraffine intelligenze criminali che prosperano alla faccia del popolo cretino, però mai così contento e partecipe di essere cretino.
Certo, quello che manca nel film è l'altra parte d'Italia, quella che anch'essa negli ultimi anni ha governato il paese e nulla ha fatto per modificare la videocracy, né una seria legge sul conflitto d'interessi né una raddrizzata alla inguardabile televisione pubblica. Ma questo non mi sembra un difetto: trovo giusto concentrare il fuoco su pochi elementi (che sono comunque i più importanti) e comunque, come ci insegnano Mora e Corona, nella società dell'apparire il silenzio assoluto è di per sé una bella condanna. Mi sembra infatti di ricordare che mai una volta nel film la sinistra venga citata e che non ci siano dichiarazioni di suoi esponenti. Sulla sinistra degli ultimi 15 anni ben più di un documentario ci vorrebbe...
Per concludere, ho letto nelle cronache dal Festival di Venezia che, vedendosi nel film, Ricky si sarebbe reso conto di quanto era ridicolo. Beh, se l'ha scoperto lui allora forse anche tanti altri possono capire cosa sta realmente succedendo. Basta, ogni tanto, fargli vedere anche dei film, non solo tette e culi.
martedì 11 agosto 2009
LE FAR WEST - Jacques Brel (1973)
Sarebbe veramente troppo facile sparare a zero su Le Far West, il secondo e ultimo film scritto e diretto e ovviamente interpretato da Jacques Brel.
Le Far West è l'episodio che ha messo fine alla carriera cinematografica di Brel, ed è quasi riuscito a mettere fine alla sua carriera artistica tout-court, se non fosse che l'irrefrenabile desiderio di esprimersi lo ha portato a registrare nel 1977 il suo ultimo omonimo album.
Le ragioni di questo allontanamento stanno nell'ostilità con cui sia pubblico che critica hanno accolto il film, che peraltro portava con sé un livello di attesa piuttosto alto, dopo il suo inserimento nella selezione ufficiale del Festival di Cannes del 1973 e l'ottimo esordio alla regia nel 1972 con Franz.
Si sa che più alta è l'attesa verso un film, più cocente è la delusione quando la sua accoglienza è negativa, ma a parte questo Le Far West presenta effettivamente una serie di errori e di incomprensioni che da un lato in parte giustificano il trattamento ricevuto, dall'altro ne hanno reso un oggetto misterioso e da tutti dimenticato su cui vale la pena tornare a riflettere.
Io credo che Jacques Brel avesse un talento potenziale anche per la regia e la recitazione; non certo al livello inarrivabile di cantante, poeta e performer mostrato durante la sua carriera musicale, ma probabilmente un talento superiore alla media. Il problema è stato che nel cinema Brel non ha trovato i Rauber e Jouannest che, incontrati alla fine degli anni '50, gli hanno fatto spiccare il volo nel mondo della chanson. Detto in altri termini, Brel aveva secondo me bisogno, sia come sceneggiatore che come regista (e anche come attore) di un partner più esperto o semplicemente più severo che ne disciplinasse e controllasse l'immensa capacità creativa. Mancando questo, viene a mancare (come appunto in Le Far West) la capacità di trovare un linguaggio e una misura del gesto registico e interpretativo necessari per comunicare al meglio il senso del racconto.
Troviamo così in Le Far West innanzitutto un grosso errore 'tattico' di scrittura: il film inizia con i personaggi già perfettamente delineati, e tali personaggi (mi riferisco ai 3 protagonisti; Jack, Gabriel e Lina) non cambieranno di una virgola durante tutto il film; questo fa sì che venga a mancare totalmente l'effetto di sorpresa o di attenzione verso la trama, perché e chiaro fin da subito che ci troviamo di fronte a personaggi donchisciotteschi che porteranno avanti testardamente la loro missione senza cambiare il mondo e senza venirne cambiati. Credo che almeno un accenno all'esistenza anteriore dei protagonisti, un loro anche minimo dettaglio psicologico, avrebbe giovato molto all'interesse del pubblico. A peggiorare le cose è la costruzione frammentata della trama, nel senso che la storia, già di per sé molto esile, prosegue solo a forza di episodi, ognuno solo debolmente legato agli altri e presentato in sequenza, quasi come fossero canzoni che compongono un album. Non è un caso che a mio avviso sia il finale la parte migliore del film, quando finalmente gli episodi si intrecciano e vanno avanti in parallelo usando un linguaggio cinematografico adeguato dato dall'uso del montaggio alternato. Per finire, non migliora la situazione lo stile abbondantemente in uso nel cinema medio degli anni '70, che oggi in molte situazioni appare piuttosto stucchevole e ridondante. 
Ma il riferimento più importante e più ovvio è quello relativo al discorso sull'infanzia. L'infanzia è stato uno dei temi delle canzoni di Brel, non quello che ha più frequentato ma senz'altro uno di quelli che ne hanno maggiormente marcato la distanza di qualità poetica nei confronti della generalità degli altri cantautori. In Le Far West i personaggi sono tutti adulti, alcuni addirittura anziani, ma lo sono solo anagraficamente, perché le cose che fanno e che dicono li caratterizzano come bambini, o come adulti non cresciuti; si aggregano tra di loro semplicemente per simpatia e vanno alla ricerca del loro Far West e dell'oro in esso nascosto proprio come un gruppo di bambini (di quelli di qualche decennio fa, certo!) andava all'avventura negli squarci di terreno incolto ai bordi delle città o all'interno dei palazzi in costruzione.
Le Far West è quindi interamente costruito sul concetto tipicamente breliano che l'infanzia è il periodo della vita in cui gli individui si formano il proprio immaginario, i propri sogni e obiettivi di vita ma che una volta arrivati all'età adulta tutto ciò dovrà essere messo nel cassetto e chiuso a chiave perché non potrà in alcun modo far parte della vita delle persone adulte. Contro questo concetto Brel furiosamente combatteva scrivendo i suoi testi e con le dichiarazioni rilasciate nelle interviste. Quello che per tutti si può considerare come la normalizzazione dell'età adulta, per Brel invece è la perdita della sincerità, del sogno, della purezza infantile, della capacità di stare assieme agli altri, e bisogna quindi che apra gli occhi e si dia da fare per cercare di riconquistare la propria essenza perduta.
Se non si comprende e non si accetta questo pensiero è impossibile anche minimamente apprezzare un film come Le Far West. Ed è proprio qui il punto: come può un pubblico di adulti come siamo praticamente tutti noi, che sopravviviamo avendo archiviato i nostri sogni, immedesimarsi nei personaggi del film o anche semplicemente assecondarne i dialoghi e le azioni? È questa la grande sfida - clamorosamente perduta - posta da Jacques Brel in questo film: convincere le persone che col passare degli anni hanno dimenticato l'innocenza e la purezza dell'infanzia, almeno per gli 85 minuti di durata di Le Far West, a tornare a pensare come un bambino, agire come un bambino, avere la stessa capacità di stupirsi, di indignarsi e di creare sogni che solo un bambino può avere.
Questi sono concetti che Jacques Brel riusciva splendidamente a trasmettere nei tre minuti di tempo di una canzone, con la sua voce e presenza scenica e con il solo aiuto dei musicisti di supporto. La realizzazione di un film, e soprattutto la creazione di un linguaggio cinematografico che sia in grado di realizzare l'ambizione di Brel, ovvero rappresentare i concetti e i pensieri più che le azioni, sono però opera molto più complessa che non può poggiare sulle spalle di un uomo solo. Quindi Le Far West è, e temo sarà sempre di più, un film destinato al circolo ristretto di sognatori irrecuperabili e di incondizionati appassionati di Jacques Brel.
Etichette: il corridoio dei film perduti, Jacques Brel
Pubblicato da siodmak alle 23:26:00
martedì 4 agosto 2009
un pensiero per Michael Jackson

Avendo passato una settimana in montagna dove sono stato esposto all'abitudine familiare di passare in rassegna tutti i telegiornali dell'ora di pranzo e dell'ora di cena, telegiornali nei quali si continua a mantenere una forte attenzione sul caso della morte di Michael Jackson, ho deciso di dedicare all'ambigua popstar una citazione di Jacques Brel:
"Attualmente, un grande artista è un artista che vende molti dischi. Tutto ciò è una vera fandonia, ed è profondamente disonesto".
domenica 19 luglio 2009
LES LIENS DE SANG - Jacques Maillot (2008)
Sarà perché la generazione (o meglio la coorte, se vogliamo usare il termine demografico corretto) che è più attiva in questi anni è quella che allora viveva i suoi anni giovanili e infantili, sarà perché stiamo arrivando alla giusta distanza per avere uno sguardo distaccato, o anche perché molti dei protagonisti di allora non sono più in vita, fatto sta che è cresciuto molto l'interesse verso gli anni '70, nel cinema e nella società,
in Italia così come un po' in tutto il mondo.
Io fortunatamente mi inserisco nella prima delle tre motivazioni succitate, e sarà certamente per quello che, da un po' di tempo a questa parte, quando mi trovo a guardare un film girato o ambientato negli anni '70 vengo rapito da un bel sentimento di malinconia. Di malinconia e di tenerezza, facilmente stimolate dal ricordo dei vestiti, delle acconciature, delle automobili, dei cibi, degli ambienti, tutte cose che viste al giorno d'oggi appaiono così artigianali e quindi così umane in confronto alla digitalizzazione e alla standardizzazione imperante oggidì.
Per parlare degli anni '70 ci vorrebbe un libro intero, altro che un post, e in fondo io vorrei parlare solo di un film; mi limiterò a concludere il preambolo affermando che negli anni '70 c'è stato molto più di buono di quanto ci è sempre stato raccontato dagli anni '80 a oggi.
Certo, perché l'immagine che si è data dai media agli anni '70 è quella degli anni di piombo, che hanno certamente molto pesato in Italia e in Germania. In Francia non si sono verificati a mia memoria grandi episodi di terrorismo, ma evidentemente c'erano casi di criminalità comune molto aggressiva e violenta che sono rimasti impressi nell'immaginario collettivo. Suppongo quindi che sia per questo che a breve distanza dal film in due parti dedicato al bandito Mesrine è uscito anche questo, decisamente migliore, film dedicato a un altro incorreggibile bandito dalla pistola facile e senza paura di poliziotti e bande rivali.
In Italia questo film non è arrivato, perché la qualità è ormai il secondo (quando va bene) criterio di scelta dei distributori: Mesrine aveva come protagonista Vincent Cassel (che in Italia è non tanto un buonissimo attore quanto piuttosto il marito della Bellucci), lo hanno anche mandato a Sanremo a pubblicizzare il film, ma tutto questo non è servito ad abbindolare il pubblico, che dopo il primo weekend ha disertato le sale che lo programmavano (e quindi ovviamente il secondo episodio ha avuto incassi miserrimi).
Qual è la differenza tra questi due film? Mesrine è solamente un'americanata, un action movie senza passione alcuna: solo sparatorie, scopate e scazzottate che annoiano mortalmente già dopo 10 minuti. Les liens de sang contiene sparatorie, scopate e scazzottate ma è pieno anche di sentimento e di nostalgia verso quel periodo così ricco di fascino. E poi la trama è molto più articolata, potendo giocare con una certa astuzia sul rapporto tra fratello bandito e fratello poliziotto, ripresentando in maniera non pedissequa il tema dell'attrazione latente reciproca tra guardie e ladri (e, meno latente, verso le compagne di guardie e ladri) tanto caro anche al grande James Ellroy.
Non so se i personaggi narrati dal film siano come Mesrine realmente esistiti, né ho verificato se il regista Jacques Maillot sia un mio coetaneo con affinità di sentimenti verso gli anni '70, sono fatti che non cambierebbero il mio giudizio del film, che vive benissimo di vita propria anche senza queste informazioni. Soprattutto non sarebbero in grado di placare la mia nostalgia verso quegli anni perduti e la mia ammirazione verso paesi come la Francia che ci battono alla grande nel cinema e non solo in quello.
domenica 17 maggio 2009
Alfred Döblin - Viaggio in Polonia
Bollati Boringhieri, 1994
pag.28
Cinema, Ossi Oswalda. Una fortuna, non capire niente del testo; qui tutti bisbigliano, non appena compaiono le didascalie; un mormorio, un sibilo va per la sala. Questa musica ti rende felice; soltanto un pianoforte, due violini e una viola; tutti brani noti, anche tedeschi, ma in che modo eseguiti! (...) E qui. Il film narrava... non so cosa. Io guardavo solo di tanto in tanto. La musica dei violini mi entrava nel sangue in modo celestiale. Ogni volta che guardavo, Oswalda ne aveva sedotto un altro; aveva rovinato l'amante, l'aveva spinto a spararsi un colpo; con quest'altro... invece fa la santa. Semplici fatti d'amore, le «trame» sono del tutto irrilevanti, si rivedono sempre le stesse situazioni. Questa è la dolce vita.
E che bei giovanotti, che belle ragazze siedono vicino a me, si lasciano incantare dal film, ascoltano invogliati, bramosi di imitazione.
